L’anonimia del male

Mi siedo.
L’aria è limpida ed il sole sta sorgendo.
Davanti ho il mio french toast.
A fianco, il telecomando.
Gli occhi li ho già stropicciati da un pezzo… penso di essere pronto ad afferrarlo. Il telecomando, intendo.
“Sì”, mi ripeto, “puoi farcela”.
Premo il bottone, quello rosso, che significa “on”.
Afghanistan, talebani, immigrati, covid… ancora Afghanistan, poi ancora talebani. Fine del TG. Altro canale; altri volti; stessa storia.
Immagini, immagini, immagini… una rapsodia d’immagini stentorea.
Ottimo espediente per fingere di fare informazione dipingendo la realtà alla stregua d’un quadro. Un quadro bucolico eh, sia chiaro, non roba da quattro soldi!
Urlare costantemente la verità come fosse un sermone è la via perfetta per rendere il pubblico sordo, per evitare la riflessione… dico davvero!

I talebani hanno conquistato l’Afghanistan. I talebani hanno abolito la democrazia. I talebani hanno ucciso i dissidenti. I talebani sottomettono le donne. I talebani negano i diritti umani. I talebani sono cattivi, quindi non c’è nulla di male se intervistiamo le povere vittime, con tanto di volto e magari il loro nome scritto in sovrimpressione sullo schermo oppure sulla didascalia d’un giornale, come si fa con gli epitaffi sulle tombe dei martiri. Dov’è il problema? Loro hanno ragione, i talebani hanno torto. Noi siamo buoni e vogliamo salvarle dai cattivi, come in un film Disney.
Sono incredibilmente innamorato del fantastico, giuro, eppure ho la netta sensazione di essere tra quelli con gli occhi più aperti negli ultimi tempi.

Troppi volti: questo è il problema. Ogni volta che si sfiora l’argomento vediamo sui nostri schermi decine e decine di persone Afghane intervistate, gloriosa testimonianza d’un crimine storico contro l’umanità. È giusto mettere alla pubblica gogna il sopruso, ma lo è altrettanto mostrarne l’oggetto?
Siamo dinanzi ad un utilizzo efferato di immagini che è forse una forma di violenza più sottile e dannosa, sul lungo termine, delle vessazioni stesse cui le vittime sono sottoposte. Il problema? Potrebbe riassumersi, come sempre, nel nostro cieco eurocentrismo.

Una delle prime cose che s’imparano quando si studia etnologia, antropologia, sociologia od altre materie similari è prendere nota di ogni cosa possibile, domandare, intervistare, ma celare sempre l’identità della fonte. Questo, magari, potrà sembrare un elemento poco scientifico di tali discipline ma è, in fondo, ciò che le rende olistiche, ovvero in grado di esaminare qualcosa da più punti di vista. Un individuo, certo, può rivelare preziose testimonianze storico-culturali ma, sebbene la tentazione di considerarlo meramente come una statistica sia per noi occidentali irresistibile, rimane pure sempre una persona. Egli è inserito in un contesto sociale e, pertanto, contribuisce a forgiarlo scendendo contemporaneamente a patti con esso: egli è, invero, giudice ed imputato della sua comunità: egli costruisce la propria vita, nel bene o nel male, sulle persone che lo circondano.

Agency è il termine tecnico con cui si definisce la capacità del singolo individuo di elaborare pensieri che esulino dall’ideologia dominante della società, la facoltà di agire contro la maggioranza e magari, nel tempo, mutare la costruzione sociale stessa. Quando, per esempio, una donna afghana si pronuncia contro al sistema talebano, essa sta facendo uso della propria agency, con la consapevolezza e le accortezze che solo lei, in quanto parte integrante della comunità, può conoscere. Dandole voce possiamo amplificare gli effetti della sua agency ma, contrariamente a quanto ci piace supporre, mostrandone il volto otteniamo l’effetto opposto. Disvelando l’identità della minoranza, esponiamo quest’ultima alla corrente ideologica prevalente, esacerbando il pericolo cui già la persona spontaneamente si sottopone. Diffondendo il nome dei ribelli, puntiamo il mirino dei talebani dritto su di loro: non ne facciamo eroi, ma agnelli sacrificali.
L’anonimia, a differenza del burqa, è forse l’unico velo che al momento la maggioranza delle donne talebane non vuole togliersi.

L’anonimato, a bene vedere, non ha nulla a che fare con la qualità dell’informazione. Anzi: evitare inutili dettagli consente probabilmente di avere una visione più imparziale ed obiettiva possibile. Siamo veramente certi che tutte le donne Afghane siano contro al sistema? Magari – com’è assai probabile – la maggioranza si oppone al governo talebano, ma certamente non è la totalità di esse: come la scienza stessa conferma, la natura è avversa all’omogeneità, l’entropia è il motore dell’intero universo. Mostrando i volti delle dissidenti, creiamo un’informazione uniformata, riduzionista e, pertanto, alquanto discutibile.
Volendo un’alternativa, ognuno di noi potrebbe documentarsi tramite la letteratura. Entriamo dunque ipoteticamente in una libreria qualsiasi, magari bene fornita. Quanti romanzi troveremo e quanti volumi, invece, inerenti alla letteratura di viaggio od ai resoconti etnologici? Le statistiche parlano chiaro: la vittoria della narrativa sulle opere “tecniche” è schiacciante e, se è vero che il mercato risponde sempre proporzionalmente alla domanda del pubblico, possiamo dedurre che la massa ha più interesse verso la realtà romanzesca. Quale potrebbe essere una delle tante possibili cause?

Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo, olio su tela, 1830 museo del
Louvre, Parigi.

All’Occidente piace la luce. Dopo lo spauracchio del medioevo, se ci riflettiamo, non abbiamo conosciuto periodo storico che fosse incline all’ambiguità, all’incertezza. Il rinascimento cerca d’inquadrare in un’estetica perfezionista ogni opera d’arte, appoggiandosi sulle regole dettate dai nostri antenati; il barocco, pure diametralmente opposto, smuove sì la realtà, distorcendo pareti con colonne tortili, cercando di meravigliare anche con l’utilizzo del nero, ma lo fa rivestendosi d’oro e contrastando l’oscurità con un marcato gioco di chiaroscuro, dove la luce evidenzia anche il più piccolo dettaglio così da vanificare la presenza stessa del buio; l’illuminismo, punto di svolta, introduce poi la scienza, esorcizzando per sempre la prospettiva, la possibilità dell’incertezza.
L’Occidente ama il sole, disprezza la luna; l’Occidente ammira il giorno, denigra la notte; l’Occidente esige chiarezza, non ambiguità. Diversamente dall’estetica orientale, il cui concetto di bellezza è associato all’ombra ed alle sfumature, come bene chiarito da Okakura Kakuzō in Libro d’ombra, restiamo intrinsecamente affascinati soltanto da quanto è definito, circoscritto, analizzabile.

Oriente e Medio Oriente, non a caso, sono tuttora più intrisi di credenze mitiche, valori religiosi e superstizioni, ragioni per cui troppo spesso ancora abbiamo la tendenza a considerarli come popoli “meno evoluti”.
Abbagliati dal “lume della ragione, siamo nei secoli stati condotti a pensare che la scienza sia l’unica plausibile risposta a qualsivoglia domanda. L’uomo però non cerca solo risposte: brama sopra ogni cosa spiegazioni.
Se un fulmine colpisce una capanna in un villaggio africano, probabilmente risponderemmo che è stato a causa di particolari condizioni climatiche, mentre la popolazione locale affermerebbe che si tratta dell’ira di qualche divinità. Qual è la risposta giusta? Entrambe. La scienza sta rispondendo alla domanda “perché è caduto un fulmine?”, mentre gli abitanti si chiedono piuttosto “perché quel fulmine ha colpito proprio quella casa?”. La logica non ci offre una risposta al secondo quesito, la credenza popolare sì. Stando alle regole stesse della nostra amata ragione: in mancanza d’una tesi si accetta quella più valida.

Compriamo romanzi – tornando all’esperienza della libreria in cui ci eravamo recati – perché ci piace sapere i dettagli, conoscere nomi e cognomi, segreti e vicissitudini: se la finzione è più chiara della realtà, allora la prima è preferibile a quest’ultima. Ogni resoconto etnologico, se bene strutturato, eviterà accuratamente di fornirci dettagli che possano ricondurci alla fonte precisa delle sue informazioni proprio in quanto lo scrittore, in quel caso, è consapevole che la materia trattata non è affatto fittizia, che l’oggetto della sua analisi non è un componente chimico, ma un essere umano dotato di etica, pensiero e sentimenti che, in quanto tale, può essere ferito.
L’anonimia, per un operatore delle discipline sociali, non è uno strumento antiscientifico ma, al contrario, il mezzo più consono che può utilizzare per rimanere aderente alla realtà quanto più il suo studio permetta. Applicare o meno l’anonimia, al giorno d’oggi, può fare di un eccellente giornalista anche una buona od una cattiva persona, a seconda del caso.

Ogni regola o consuetudine, nondimeno, ha anche un’eccezione. Per quanto amanti dell’uniformità ed accaniti complici della serializzazione del pensiero, anche noi occidentali talvolta ci fregiamo dell’anonimia.
Accade proprio ogniqualvolta ci ritroviamo – similmente a quanto la popolazione afghana sta facendo attualmente – ad operare la nostra agency, ad esprimere una nostra opinione personale che, in quanto tale, comprometterà inevitabilmente l’impalcatura regolare entro cui si crogiola la nostra ideologia contemporanea. Quando siamo chiamati ad esprimere un pensiero che si discosti dall’opinione comune, ecco che tendiamo a renderlo anonimo appellandoci a valori generici, giustificando ogni nostra parola come avrebbero fatto i nostri antenati dichiarandosi fedeli ai mos maiorum.

Gli ideali sono il mezzo più veloce ed insospettabile per rendere impersonale un’opinione privata. Essi non sono visibili se non tramite l’arte. Il viso perfetto, il corpo armonico, “matematico”, totalmente distaccato dalla realtà come quello della Libertà di Delacroix (La libertà che guida il popolo, 1830) che, come una dea greca, si guarda attorno tranquilla e luminosa frammezzo a persone umili, dai colori spenti, logori; la posa statuaria della Statua della Libertà a New York; la Nike di Samotracia, dalle ali spiegate e così bene realizzata da parerci magnifica pure senza una vera e propria identità.
Ogni nostro tentativo di dare forma ad un’ideale si è tradotto nell’idealizzazione stessa di quest’ultimo, una raffigurazione talmente affine al nostro senso di perfezione da non potere essere messa affatto in discussione. Nulla può essere discusso se si parte dalla presunzione di non avere imperfezioni.

Per anni abbiamo piegato la bellezza alla ragione, dissacrato la vita e la morte, nella certezza che la nostra volontà, le nostre costruzioni, le nostre leggi, le nostre formule potessero piegare e domare la realtà nella sua interezza. Gli ultimi tempi ci hanno posto dinanzi a nuovi ostacoli, alla spaventosa eventualità che la razionalità non possa fare fronte a tutto. Non possiamo applicare la sterile logica alla variabile umana ma, quando la scienza non può nulla, almeno cerchiamo di usare l’arte per dare corpo ai nostri ideali, non per mascherare un assassinio.  

Omar

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