Lə influenzə dellə ə

C’è una guerra in atto… non ce ne accorgiamo, ma siamo in mezzo ad un campo di battaglia nel quale ogni giorno si sparano raffiche di mitraglia a suon di parole e v’è una lotta continua tra linguisti e vocabolario

Potremmo dire che il clima bellico è, letteralmente, nell’aria, dato che coinvolge proprio le nostre parole o, per esteso, la lingua italiana. I più maliziati avranno già colto le prime avvisaglie, sorpresi da un repentino cambio di direzione della corrente d’inchiostro, mentre la maggioranza si sarà ritrovato, pensando forse che si trattasse di una lettera “a” stampata male, ad incontrare lui…: “ə”. Prima di conoscere questo simpatico (non tanto) sghiribizzo, partiamo dal principio.

Tutto ebbe origine all’incirca qualche anno fa, all’alba della pandemia che, evidentemente, deve avere dirottato le nostre attenzioni su cose a mio parere futili ed assodate. Ciononostante, alcune eminenze dell’Accademia della Crusca, che ebbero poi molto seguito, intrapresero una vera e propria crociata contro gli “anglicismi”, ossia quelle parole nate da un bizzarro ma non insolito incrocio tra termini della lingua italiana e parole imprestate dall’inglese. A parere di questi professori, si tratterebbe d’una pratica dannosa, una minaccia in grado di “insozzare” la nostra aulica, perfetta e magnifica lingua: non parliamo, poi, delle parole direttamente sostituite da quelle inglesi…
Il guaio, è che tali signori forse non hanno a sufficienza riflettuto su come la nostra attuale ed “incontaminata” lingua italiana sia in verità frutto di passate interazioni ed interscambi del tutto analoghi a quelli odierni. “Barbaro” e “calligrafia”, per esempio, derivano direttamente dal greco: se non avessimo accolto e reinterpretato una tradizione differente, mancheremmo con ogni possibilità di questi termini così come di molti altri che utilizziamo quotidianamente.

Non penso dunque che l’ibridazione linguistica, se non forzata ma dettata dall’evoluzione degli eventi storici come in questo caso, sia un abominio. Qualcuno, però, potrebbe ancora demonizzare i termini inglesi utilizzati in sostituzione a quelli italiani ma, anche in questo caso, occorre accantonare l’amor proprio per riflettere lucidamente.
Parliamoci chiaro: alcune parole utilizzate in determinati contesti, sebbene abbiano un corrispettivo italiano, suonerebbero decisamente desuete nonché fuori contesto. Provate ad immaginare di essere in aeroporto e di dovere domandare dove si trovi il gate senza però potere ricorrere a tale vocabolo. La cosa suonerebbe più o meno così: “scusi, mi saprebbe dire dove si trova il portello d’imbarco?”. Suvvia, nemmeno una nobildonna del settecento probabilmente si sarebbe espressa così…
Consideriamo, poi, tutti quei casi in cui proprio non esiste un corrispettivo italiano per esprimere un determinato concetto. Lo sappiamo bene noi tea-lovers, che utilizziamo termini come huigan o yan yun per descrivere impressioni sensoriali con un lessico più dettagliato e specifico rispetto a quello della nostra madrepatria (Dante non me ne voglia). D’altronde, diciamo tranquillamente “sushi”: perché porre divieti “etici” nell’utilizzo – che ne so – di “link”? Il sospetto è che dietro tale disprezzo sottenda un pericoloso nazionalismo oppure un interesse politico…

Per “non fare di tutta l’erba un fascio”, però, bisogna anche evidenziare un errore diffuso e, stavolta, realmente pericoloso, non tanto per la lingua in sé, bensì per l’identità di coloro che la parlano.
Ribadisco quanto io non trovi scorretta la commistione linguistica ma, allo stesso tempo, desidererei fare una distinzione tra una ricezione passiva ed una attiva. Quest’ultima è il caso delle parole “barbaro” e “calligrafia”: sebbene esse discendano da termini greci, questi sono stati rivisitati nella scrittura e nella pronuncia. La reinterpretazione va di pari passo con il mantenimento di un’identità sociale e comunitaria, simboleggia la capacità di accogliere il diverso non semplicemente ospitandolo come un forestiero, ma facendolo proprio, trasformandolo, assorbendolo.
Ecco, questo, almeno mi pare, non sta accadendo con la maggioranza delle parole inglesi: non le abbracciamo in un’unione armoniosa, ma le ricopiamo tal quali nei nostri dizionari in un’operazione che definirei con un’espressione nemmeno troppo colorita “stupro linguistico”. Certo i giapponesi, ad esempio, tanto per rifarci al “sushi” di cui sopra, hanno semplicemente assimilato la pronuncia delle parole straniere così com’erano, senza porsi nemmeno il dubbio d’inventarne una nuova, ma lo hanno fatto trascrivendole con il loro alfabeto fonetico, in particolare il katakana. Senza scendere nel dettaglio, però, quello che conta è che hanno saputo in qualche modo metterci del loro, cosa che noi non stiamo facendo evidenziando un problema d’autostima oltre che d’inventiva, un dilemma che potrebbe essere facilmente risolto, per esempio, pronunciando le parole inglesi come le diremmo se fossero italiane…

Ma torniamo a noi. Lo scontro tra inglese ed italiano stava giungendo all’apice del fervore quando ad un certo punto sulla scena è comparso un nemico, una minaccia per entrambi che ha fatto seppellire l’ascia di guerra per porre l’attenzione sul nuovo elemento. Sì, stiamo parlando proprio di “ə” o, per dargli un nome, “schwa”.
Ora, sull’onda del “politically correct” (come se non avesse già fatto abbastanza danno), è letteralmente comparso dal nulla questo strano simbolo, proprio come un cerchio nel grano e, senza nemmeno che ce ne accorgessimo, ha già cominciato ad invadere numerose pubblicazioni di ultima data. Accantoniamo la diatriba morale sull’assimilazione degli anglicismi: c’è una minaccia più urgente per il momento… ma siamo veramente in grado di fronteggiarla?
Se il signor Schwa ormai ha attecchito è stato forse grazie alla sua rapida ed inaspettata ascesa, all’”effetto a sorpresa”: in breve, è come se nel pieno della guerra fredda fossero atterrati gli ufo a fare da incomodo tra Unione Sovietica e Stati Uniti…

In effetti, ə è quanto di più alieno possa esistere per la nostra lingua. Non parlo solo del suo ambiguo (e, se permettete, nemmeno graficamente accattivante) aspetto concreto, ma anche della sua pronuncia, più simile ad un ruggito gutturale primitivo che ad una vera e propria articolazione vocale. Con quanto detto, nondimeno, non intendo svalutare lo ə. Esso nasce (e tale dovrebbe restare, almeno per ora) come simbolo fonetico, ossia come segno atto ad indicare la sola pronuncia di un determinato vocabolo. Nella sua natura, lo schwa è assai utile, in grado di trasmettere la corretta emissione di infinite parole, specie di lingua inglese, ebraica, tedesca e, per non fare distinzioni, anche di numerosi idiomi italiani, come il napoletano.
Tramutare però un segno fonetico in una vera e propria lettera dell’alfabeto trascende la semplice empietà: si tratta di rinnegare, ancora una volta, intere identità nazionali nonché, peggio ancora, secoli e secoli di storia. La lingua, così come la conosciamo, infatti, è sedimento di epoche, alleanze e divergenze, scoperte e cambiamenti che, nel corso dei secoli, si sono radicati formalmente nel linguaggio. Negare il linguaggio, dunque, o modificarlo forzatamente senza che ciò avvenga gradualmente ed assecondando gli eventi storici, è alla stregua del negazionismo storico.

“ə” è stato sfoderato da taluni in nome dell’inclusione e della tolleranza: esso, infatti, consente di eliminare il genere (maschile o femminile) sia dai vocaboli ambigeneri che da quelli che non lo sono i quali, per un ragione o per l’altra, si presentano oggi in una forma grammaticale esclusivamente maschile o femminile, utilizzata però per rapportarli sia ad un uomo che ad una donna. Per farla breve, potremmo dire che qualcuno trova offensivo per una donna essere additata “avvocato” piuttosto che “avvocatessa”. Sono convinto, tuttavia, che quella stessa persona, magari donna egli stessa (ops, scusate… stessə), non si offenderebbe affatto se Il/la suo/a amante la chiamasse “fiorellino mio”… eppure “fiore” è una parola maschile!!! Dove sta l’inghippo, dunque?
Semplicemente, temo che stiamo perdendo di vista un fattore determinante del linguaggio, ossia il contesto (anche storico)! La tendenza è quella di estrapolare un termine ed applicarlo ad un’ipotetica ed asettica costruzione mentale che, però, non coincide affatto con la realtà! Potrei andare al mercato e domandare di avere un finocchio senza che nessuno mi consideri un pervertito, ma se facessi la stessa cosa in un bordello forse attirerei di più l’attenzione. Ancora, se pronunciassi la medesima parola nei confronti di un maschio essa verrebbe interpretata come un insulto oppure un appellativo amichevole/confidenziale, in base all’intenzione ed all’intonazione della voce. “Finocchio” dunque, così come ogni parola, non ha un’accezione positiva/negativa di per sé, ma la assume dipendentemente dal suo fruitore.
Aggiungiamoci, infine, che anche se nate con scopi discriminatori, molte parole che ad oggi presentano esclusivamente la forma maschile o femminile non sono più utilizzate con tale intento ma come semplice retaggio formale (alias, “della forma”) di una mentalità ormai superata. Identico processo, peraltro, coinvolge numerose altre espressioni verbali che utilizziamo spensieratamente ignorandone l’origine. Un esempio? “Ambaradan” deve la sua nascita ad un cruento massacro che gli italiani perpetrarono ai danni dell’Etiopia… eppure non penso che qualcuno intenda offendere un abissino pronunciando tali sillabe!

Girovagavo tra le vie di Bologna quando, da buon “topo di biblioteca”, mi sono intrufolato in una nota libreria e, a scontrino battuto, mi è stato rifilato un piccolo opuscolo che ha attirato la mia attenzione.
“ə”, “ə” ovunque e, vi giuro, che dopo avere letto le prime dieci righe già mi bruciavano gli occhi… penso che chi abbia interpretato la stele di Rosetta abbia dovuto subire pressappoco la stessa condanna!
Si trattava del primo numero di un libercolo che si riproponeva uscite cadenzate ed aveva come obiettivo quello di dare voce alle minoranze sociali ed etniche. Da antropologo disoccupato non posso che gioire dell’iniziativa e dell’intento ma, se avessi dovuto valutarlo come tema scolastico, probabilmente avrei sentenziato: “bene il contenuto, da migliorare la forma”.
Ora, all’interno di quell’opuscolo si trattava di immigrati, donne calunniate e tematiche LGBT: con ogni evenienza, l’adozione dello schwa è stata operata con l’intenzione di tutelare l’ultima categoria elencata. La verità, però, è che un membro della comunità LGBT non è di cristallo: non è di tutela che ha bisogno, ma di rispetto e questo, checché se ne dica, non deriva dal linguaggio: piuttosto è vero il contrario.
La lingua è sempre espressione dell’ideologia dominante del popolo che la parla: essa in qualche modo incorpora ed assimila il pensiero vigente, trasformandosi con esso. Non è cercando di rendere l’italiano inclusivo, inondando ogni singolo scritto con tsunami di simboli cuneiformi, che faremo cambiare idea al popolo (anzi, rischiamo di ottenere l’effetto opposto di resilienza), bensì istruendo quelle stesse persone, combattendo l’odio e l’ignoranza.
È tramite l’educazione, la corretta informazione e la sensibilizzazione, con l’ausilio di leggi quali il Ddl Zan che devono essere temporanee non in quanto ingiuste ma perché siano il simbolo della speranza in un futuro di reale (e non verbale) inclusione, che magari un domani, quando i tempi saranno maturi, accoglieremo gradualmente “ə” come un amico, non come un nemico.
Per il momento, però, lasciamolo lì, tra le due stanghette (/ə/) che lo relegano a mero simbolo fonetico, una formalità: il cono, d’altro canto, è piuttosto inutile ed insapore senza il gelato. Ma, se proprio non potete fare a meno della compagnia del signor Schwa almeno, vi prego, cambiategli grafia, conservate un minimo di eleganza…

Omar.

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