Yoshino: perdersi inseguendo una volpe

Vorrei oggi presentarvi uno dei miei autori giapponesi preferiti – Jun’ichirō Tanizaki – con una delle sue opere più brevi ma dense di significato e concetti: Yoshino.

La narrazione, ad un primo impatto, potrebbe sembrare priva di logica, di una meta, nonché, nel corso delle pagine d’apertura, estremamente pedante, aulica e, per qualcuno, noiosa. Tuttavia, se si avrà la pazienza di proseguire lungo un cammino che pare non seguire linee definite, ci si accorgerà presto che potrebbe esistere un’altra logica oltre la trama: un intreccio fatto di richiami ed allusioni, elementi che di tratto in tratto compaiono per poi ricomparire come una volpe in fuga che si rintana e riemerge dai cunicoli che sono la sua dimora. Attraverso una raffinatezza poetica che ne distingue la penna, Tanizaki ci guida verso un’atmosfera di ricordi e fantasmi del passato i quali, pagina dopo pagina, trapuntano il presente e vi si mescolano in un breve racconto che fa delle similitudini il proprio punto di forza.

Trama

Il protagonista, lo stesso Tanizaki, intraprende un viaggio alla volta di Yoshino con l’intento di recuperare documentazione circa l’antica scissione imperiale per farne un romanzo storico. Nondimeno, il viaggiatore riceverà l’input necessario ad intraprendere il proprio pellegrinaggio grazie ad un vecchio compagno di scuola, Tsumura, il quale lo incita a visitare personalmente le località d’interesse offrendosi, inoltre, di accompagnarlo.
Le ragioni che sottendono al vagabondare di Tsumura rimangono inizialmente segrete, ma presto egli rivelerà le proprie motivazioni, il desiderio di conoscere le origini della sua famiglia ed inseguire l’amore sotto diversi punti di vista.
Così, con fini differenti ma un percorso in comune, le vicende di Tanizaki e Tsumura si intersecano: troveranno, forse, uno sbocco comune nello sguardo di una volpe…

Panorama di Yoshino, celebre per la sua teatrale fioritura dei ciliegi.

Stile

Tanizaki è, come in ogni sua opera, un poeta della parola, in grado di evocare con la prosa le medesime emozioni e l’ineffabilità della poesia stessa. Per fare questo, egli gioca con le descrizioni, umanizzando gli oggetti tramite aggettivazioni umane e mitologiche, descrivendo un semplice paesaggio non per quanto appare, ma per i colori, le emozioni e la storia che contiene, ricorrendo talvolta a riferimenti storici ed artistici alquanto colti che, in alcuni casi, potrebbero rendere la lettura più impegnativa di quanto la sua apparente brevità non lasci intendere.
Con uno stile ampiamente descrittivo, quasi come un “esteta dell’oriente”, Tanizaki si distingue però per alcuni scorci estremamente poetici, nei quali sembra abbandonare ogni tecnicismo per concedersi alla narrazione delicata, raffinata, sintetizzante e densa di possibili interpretazioni, proprio come un quadro impressionista.

Foglie di tè!

In apertura ho detto che le allusioni, gli ideali, la bellezza costituiscono la vera trama del romanzo in questione: esattamente, nondimeno, quali sono tali rimandi?
Essi non sono altro che esemplificazioni leggiadre e delicate – di una fragilità talmente raffinata da penetrare dritto al cuore – di alcuni aspetti fondamentali dell’etica tradizionale giapponese.
Potrebbe indi sembrare, a seguito di tale constatazione, che per apprezzare l’opera sia necessaria una previa conoscenza basilare delle tradizioni nipponiche. Se da un lato tale affermazione è vera, dall’altro ritengo che l’umanità di Tanizaki possegga una sorta di linguaggio universale basato sulla bellezza, un mezzo in grado di tradurre in maniera diretta il sentimento così da aggirare l’eventuale mancanza di conoscenze approfondite per divenire, piuttosto, un’ottima introduzione nonché un invito ad interessarsi maggiormente alla mentalità antica del Sol Levante.

Nel corso del proprio vagabondaggio – che è esso stesso parte della tradizione artistica nipponica, come dimostra ad esempio il celebre operato del “poeta errante” Bashō – Tanizaki riflette e filosofeggia su numerosi episodi che si tramutano così in un compendio degli antichi valori e, al contempo, nella traduzione della nostalgia dell’autore stesso per i tempi passati.
Traspare frequentemente, sia attraverso apprezzamenti personali dell’io narrante, sia mediante le gesta dei diversi personaggi, un’estrema cura e dedizione per la natura, non soltanto sotto forma di rispetto ma, al contempo, per l’’apprezzamento e la valorizzazione delle “piccole cose”, delle unicità territoriali che rendono anche un semplice caco espressione di un territorio particolare. 

I cachi in barile che si comprano al mercato non raggiungono mai questa toanlità, anche se sono maturi, e si spaccano prima di diventare così molli. Il nostro ospite ci disse che solo i cachi dalla pelle spessa di Mino sono adatti a diventare zukushi. Raccolti quando sono ancora solidi e acervi, vengono posti in cesti o scatole in un luogo dove non ci sia il minimo alito di vento. Dopo una decina di giorni, senza intervento dell’uomo, l’interno si trasforma in un succo semiliquido, dolce come il nettare.

Altro elemento portante che accompagna il cammino dei viaggiatori protagonisti è l’atteggiamento che i loro ospiti mantengono nel corso del ricevimento. Estrema attenzione per gli avventori, sacrificio personale per mettere il prossimo a proprio agio e voglia di donare quanto possibile sono i valori principali sui quali poggia l’antica consuetudine dell’accoglienza giapponese. Ricevere qualcuno nella propria dimora implica rendere quest’ultima quanto più confortevole agli occhi dell’estraneo, anche a costo di modificarne la struttura stessa o di reinventarla rapidamente con duro impegno.

Da tutto ciò era chiaro che quel giorno, e proprio per noi, i tatami erano stati rimessi nelle due stanze; attraverso una fessura degli scorrevoli si vedeva che sulla nuda terra della stanza adiacente erano stati ammassati alla rinfusa numerosi utensili.

Emerge, infine, coinvolgendo più personaggi e declinandosi sotto differenti forme, la pietà filiale, il rispetto per i genitori e per gli antenati, sia esso rivolto al presente oppure al passato. In virtù dell’operato dei nostri avi, anche il gesto o l’oggetto più insignificante può caricarsi di un valore simbolico inestimabile, persino lo strappo in un pezzo di carta tramutarsi in irreparabile tragedia. Gli insegnamenti ed il lavoro dei predecessori e dei famigliari, dunque, divengono sacri, intoccabili e parte stessa dell’esistenza dell’individuo, il quale deve portare loro il massimo rispetto per conservare, proteggere il proprio passato che è, al tempo stesso, il fondamento della sua integrità.

“Questa carta è stata fatta dalla tua mamma e da Orito. Tienila sempre presso di te e abbine gran cura”.

Riflettetè!

Yoshino, proprio in quanto fortemente autobiografico, può essere ulteriormente apprezzato approfondendo la conoscenza dello scrittore stesso. L’opera, di fatto, potrebbe anche essere letta in chiave di manifesto poetico poiché in essa è racchiusa buona parte della visione del mondo di Tanizaki.
La ricerca della figura materna così come l’apprezzamento per una bellezza decadente ed ombrosa sono elementi fissi nel pensiero di Tanizaki stesso il quale, d’altro canto, non manca d’inserirle all’interno del romanzo in questione.
Non manca, inoltre, una palese e struggente malinconia nei confronti dei tempi passati, ritenuti per certi versi migliori del presente, specie per quanto riguarda i valori sociali e la ricchezza d’animo. Si tratta di un rimpianto che, sotto forma di ricordo, spesso attanaglia il narratore il quale a tratti arresta i propri passi per rituffarsi nel passato, riesumando la gioia e la genuinità dei tempi antichi posta in netta contrapposizione con un presente superficiale ed incapace di gioire delle “piccole cose”.

Ora che automobili e funivie salgono fino ai “mille ciliegi a metà cammino”, chissà se qualcuno s’inerpica ancora a piedi per soffermarsi di tanto in tanto, ma i visitatori di un tempo, dopo aver preso a destra, sostavano sul ponte presso lo stagno di Mutsuda per ammirare il panorama lungo il fiume.

In verità, l’estetica proposta da Tanizaki è alquanto lontana da quella occidentale, abituata allo sfarzo ed al lusso, alla vistosità, agli ornamenti barocchi, all’oro. Al contrario, secondo lo scrittore ed il pensatore giapponese la beltà non si genera dallo scintillio e dalla luce, bensì dal mistero, dalla penombra, dall’indefinito. Ecco dunque che, come bene descritto in Libro d’ombra, un oggetto logoro, una ciotola consunta ed annerita, la luce tremolante di una candela e la luce soffocata dai paraventi divengono elementi di fascino ed ispirazione, i quali inducono alla riflessione ed a porre l’attenzione al dettaglio, al particolare, non pretendendo che la bellezza ci si mostri gratuitamente, ma imponendoci di ricercarla per apprezzarla nella sua intima quotidianità.

Una ragione di tale nitore era certo la mancanza di polvere, ma anche il fatto che non essendo abituata agli shōji in vetro, questa gente stava più attenta all’integrità della carta di quanto facciano gli abitanti delle città.

Una volpe, della carta, la figura della madre, la ricerca stessa, i legami tra presente e passato: tutti questi elementi si ripresentano ciclicamente nell’arco della breve narrazione concatenandosi e dando una senso ad un vagabondaggio che perde a poco a poco il proprio senso ultimo oppure, da un altro punto di vista, assume più di un significato ridonando speranza alla rappresentazione apparentemente fallimentare di un umanità sperduta, senza scopo, come un pellegrino che abbia smarrito la via…

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Il 2001 Family Reserve Aged Oolong che ho degustato qualche tempo fa assieme a Francesco è proprio il tè che ci vorrebbe per accompagnare questa lettura.
Proprio come il breve scritto di Tanizaki, all’inizio quelle foglie non sembravano avere uno scopo preciso, una personalità, un profilo definito. Eppure, a poco a poco, attraverso un progressivo affinamento dei sensi e cambiamento del liquore stesso, esse hanno saputo regalare emozioni profonde ed un’esperienza sublime.
L’iniziale sentore di carta, poi, ripescava un elemento ricorrente di Yoshino così come, allo stesso tempo, la colorazione minio dell’infuso che ammiccava alle sfumature del manto volpino e dei cachi, altri simboli frequenti dell’opera.
Non scordiamoci, in conclusione, della nostalgia per il passato che denota la penna di Tanizaki stesso il quale, d’altro canto, avrebbe certamente apprezzato un tè stagionato del 2001, capace in un certo qual modo di riavvolgere il nastro degli anni per concedere qualche istante di sollievo alla sua, alla nostra malinconia…

Omar.

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