Se i gatti scomparissero dal mondo: necessità superficiali

Se i gatti scomparissero dal mondo (Kawamura Genki) fa parte di quella categoria di libri nati per farci riflettere e ritrovare la preziosità del quotidiano abolendo, al contempo, stereotipi, luoghi comuni e le cosiddette “frasi fatte”.

Oggigiorno più che mai sentiamo la necessità di rallentare il tempo e svincolarci dalla quantità indefinibile di prodotti o pensieri preconfezionati che la società ci impone per assecondare i battiti del nostro cuore, riscoprire i valori essenziali del vivere umano. Non è dunque un caso se l’opera in questione si è diffusa nel nostro Paese proprio nell’anno corrente, grazie alla traduzione di Anna Specchio.
Prima di scostare la sovraccoperta ed avventurarci tra i versi di un testo che si rivela essere una vera e propria “poesia in prosa”, l’invito, questa volta, non è tanto quello di ritagliarsi un attimo di tempo per leggere ma, piuttosto, di dedicare qualche ora a sé stessi, eliminare dalla propria mente le preoccupazioni e la frenesia del mondo e respirare con calma, indagando ed interrogandoci circa la nostra natura, magari sorseggiando una tazza di tè perché, come dice T’ien Yi-Heng…

Il tè si beve per dimenticare il frastuono del mondo

(T’ien Yi-Heng).

Trama

Il protagonista del libro è una persona quantomeno ordinaria: postino di professione, ritmi giornalieri nella media, la sua dimora un semplice appartamento e l’unica sua compagnia un gatto di nome Cavolo.
Un giorno, un sottile mal di testa spinge l’uomo in questione a recarsi dal medico: da quel momento, la sua intera esistenza verrà stravolta. Quello che sembrava un semplice fastidio si tramuta, invece, in una malattia incurabile. La diagnosi? Patologia in stato terminale…
Ormai rassegnato a vivere i suoi ultimi istanti di vita, il protagonista riceve però un’insolita visita. Il Diavolo in persona gli si mostra per proporgli un accordo: se sarà disposto ad eliminare per sempre dal mondo un oggetto casuale proposto dal suo salvatore, egli potrà godere di ulteriori 24 ore di vita.
Stipulato il contratto con il mellifluo affabulatore, presto il giovane postino sarà costretto ad interrogarsi circa il limite sottile che separa l’essenziale dal superfluo. E… se il suo gatto, cioè, se tutti i gatti, scomparissero dal mondo?

Foglie di tè

Il romanzo mette sin da subito in gioco il tema della superficialità. La scelta dell’autore di non rivelarci mai il nome del protagonista, ritraendolo piuttosto come una persona qualunque, brillantemente e perfettamente incastonata nella quotidianità sociale, tratteggia magistralmente il fenomeno della “spersonalizzazione” verso il quale l’uomo sta pericolosamente declinandosi.
Ogni giorno è un susseguirsi di azioni meccaniche e ripetitive, nella maggioranza dei casi il dialogo si limita al mero rapporto lavorativo mentre i legami sentimentali divengono via via più fievoli, siamo mitragliati da immagini, tradizioni culturali e notizie provenienti da ogni parte del mondo grazie all’azione dei media e delle telecomunicazioni.
Ultimo tentativo di salvezza è la creazione di realtà immaginarie, parallele quanto irreali ma certamente più gratificanti. Non a caso, Se i gatti scomparisse dal mondo presenta numerosi riferimenti alla cultura pop contemporanea citando, per esempio, opere d’animazione come Doraemon o romanzi moderni quali Io sono un gatto (Natsume Sōseki), opera che riflette sulla realtà dalla prospettiva di… un gatto, appunto!

L’intero impianto narrativo ha origine da una finzione narrativa: le parole che leggiamo sarebbero infatti parte di una lunga missiva che il protagonista avrebbe scritto al padre per confessargli ciò che gli stava accadendo.
La scelta letteraria di affidare il racconto delle vicende al personaggio principale ma mantenendo, allo stesso tempo, un distacco da quest’ultimo attraverso una sua presunta testimonianza indiretta rimette in gioco il concetto, previo citato, del distacco dalla natura umana, dal contatto emotivo, alludendo, contemporaneamente, alla perdita apparente della valenza simbolica e sentimentale.

CD musicali, piante d’appartamento, piatti raffinati, eleganti vestiti, gioielli e quant’altro: oggigiorno, a pensarci bene, tutto sembra essere costruito all’insegna del decoro, dell’abbondanza, del “di più”, della superficialità.
In un mondo che strizza l’occhio alla filosofia dell’”usa e getta” nulla sembra costruito per essere duraturo. Non solo gli oggetti ma anche i rapporti umani: siamo convinti, tronfi nel nostro egocentrismo, di poterne fare a meno, di essere “evoluti” e pienamente autosufficienti grazie alle tecnologie che accompagnano la nostra quotidianità.

“Ma sì, cosa vuoi che sia rinunciare per sempre ad un solo, misero oggetto al giorno? In fondo, il mondo è pieno di cose superflue!”: all’incirca, dev’essere stato questo il ragionamento del protagonista di Se i gatti scomparissero dal mondo nel momento in cui accettò di stipulare il patto con il Diavolo.
Ben presto, nondimeno, una sottile ma crescente vena di dolore e malinconia comincerà ad insinuarsi nell’animo del giovane postino crescendo sempre più, alimentata da ogni singola sparizione: si tratta della perdita dei sentimenti, dell’allontanamento delle emozioni.
Anche se un oggetto può apparire concretamente inutile o privo di valore agli occhi di un individuo comune, esso rimane comunque in grado di assorbire una valenza simbolica od affettiva divenendo in tale maniera, per certi versi, indispensabile all’uomo che sceglie di trasformarlo in un simbolo.
Amori, passioni, ricordi, pensieri o scene di vita si legano ad ogni cosa materiale trasformandola in un vero e proprio talismano, un’effigie che, se distrutta, porterà con sé un frammento della nostra anima. L’utilità, forse, non sempre presenta un aspetto pratico…

Dallo stile sobrio, minimale e coinciso ma, al contempo, riflessivo come in genere gli scrittori nipponici (con poche e rare eccezioni) ci hanno abituato, Se i gatti scomparissero dal mondo è un breve romanzo che io definisco “d’urgenza”. Spesso, la mia docente di letteratura ripeteva che esistono due tipi di opere: quelle “senza tempo” e quelle che “hanno un tempo”. Ebbene, io ritengo che il volume in questione ricada nell’ultimo caso.
Se i gatti scomparissero dal mondo è una storia che deve essere letta e raccontata adesso, in questi tempi, tramandata come le fiabe raccontate ai bambini perché, in fondo, abbiamo una profonda necessità di allevare e fare ri-crescere la nostra umanità.
Kawamura Genki, intrecciando uno scritto intenso ma breve, coronato dallo spuntare di sentenze lapidarie ed efficaci, ha tentato di dare uno schiaffo all’uomo contemporaneo per destarlo dalla sua realtà virtuale e fittizia, estirpandolo dalla frenesia logorante che egli stesso ha generato e della quale, a poco a poco, è divenuto schiavo.
Lo scritto si concentra anche sulla capacità umana di creare simboli e costruzioni mentali per dare un ordine alla realtà: così, d’altro canto, hanno origine sia i simboli che i concetti teorici i quali, ahimè, talvolta divengono ragione di discriminazione. Classi sociali, nomi scientifici, gli stadi della vita, il tempo stesso, sono tutte invenzioni della mente umana delle quali necessitiamo ma che non dovrebbero divenire motivo di diversità esclusiva. Anche in questo caso, il testo riesce a rispecchiare il proprio contenuto echeggiando sovente riferimenti dell’arte contemporanea o della letteratura classica.
Infine, se posso esprimere una personalissima opinione, ho trovato incantevoli, intriganti ma, purtroppo, inutili ai fini della trama o delle tematiche principali alcuni rari spaccati sulla vita del protagonista i quali, secondo me, appesantiscono inutilmente la lettura distogliendo l’attenzione del lettore da quello che vorrebbe essere il contenuto principe della vicenda.
Se i gatti scomparissero dal mondo è un libro che, spero, un domani avrà esaurito il “proprio tempo”. Non si tratta affatto di una cattiva opera e, un domandi, confido che continui a rimanere apprezzata: nondimeno, sarebbe un mondo migliore se non ci fosse più la necessità di un’opera che ci ricordi di possedere sempre, in ogni circostanza, un groviglio di emozioni nel petto…

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Il contratto stipulato tra il diavolo ed il giovane postino prevedeva anche una piccola clausola: prima che l’oggetto di turno venisse per sempre obliato dalla realtà, il protagonista avrebbe potuto goderne un’ultima volta.
“Quale tè sceglieresti di bere, se fosse l’ultimo della tua vita? Quale?”. Quest’ultima domanda ha cominciato a frullarmi nella testa già durante la lettura del romanzo. Ci ho pensato e ripensato ma, in verità, proprio non riuscivo a trovare una risposta: per me, sarebbe inconcepibile anche solo pensare una vita senza foglie di tè. Lentamente, quest’ultime si sono fatte largo nella mia vita, così come l’erba che rinverdisce tra le fughe delle pavimentazioni urbane e, giorno dopo giorno, hanno radicato nella mia quotidianità similmente all’edere che infestano i vecchi fabbricati abbandonati.
Se proprio fossi costretto a sorseggiare il mio ultimo tè vorrei, per assurdo, che questo contenesse tutti i colori, gli aromi i profumi del mondo, che riprendesse però al contempo i miei gusti, quelle calde note tostate e lattee che, congiuntamente ai sentori vegetali dei tè verdi, tanto amo.
Sembrava una missione impossibile… non esiste un tè del genere! Di fatto, la ricerca pareva inutile in partenza, ai limiti del surreale poi… idea! D’accordo, trovare esattamente ciò che stavo cercando restava improponibile ma, in fine dei conti, il vasto panorama del tè mi offriva qualcosa di molto simile, un ottimo compromesso, una scappatoia di nome Zairai, una cultivar che, in virtù della propria natura, presenta caratteristiche incostanti ed estremamente variabili da un’infusione all’altra.
Ecco, come ultimo tè, se proprio dovessi accogliere la tragedia, opterei per un kamairicha Zairai, un tè verde, vegetale e proveniente dal Sol Levante che tanto amo, con una torrefazione in wok che lo impreziosisce con le mie adorate note mandorlate e dolci, potenzialmente ricco di ogni sentore possibile e, proprio per questo, in grado di sorprendermi e meravigliarmi ancora, un’ultima volta…

Omar

2 commenti su “Se i gatti scomparissero dal mondo: necessità superficiali”

  1. Ciao Omar, il riassunto del libro ” Se i gatti scomparissero dal mondo” Mi ha fatto riflettere perché come dici tu ogni oggetto ha un valore non tanto economico ma affettivo, una foto, un porta chiavi, un banale post stic che però conservo nel portafogli e rileggo quando mi sento sola.
    Tu non sapresti quale tè sorseggiare se fosse l’ultimo io so già a chi non rinuncerei mai..

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