Le streghe: “non accettare caramelle dagli sconosciuti!”

È da poco uscito l’adattamento cinematografico de Le streghe, romanzo di Roald Dahl del 1983. Trattandosi, come avrete già intuito dalla mia opinione circa La fabbrica di cioccolato (altra opera dello scrittore), si tratta di uno degli autori che più amo dunque, specie in questo caso, non potevo esimermi dall’analizzare insieme a voi l’opera dalla quale il nuovo lungometraggio ha tratto spunto.
Con la sua ironia sfacciata e lo stile grottesco, Dahl si rivolge al mondo dei bambini scoccando al contempo una critica non troppo velata al reame degli adulti, erroneamente convinti che le streghe viaggino perlopiù a cavalli di scope volanti e siano costantemente orripilanti alla vista. E voi, avete mai visto una strega con il rossetto?

Trama

La trama dell’opera è breve e semplice tanto quanto coincisa e diretta.
Protagonista della vicenda nonché narratore in prima persona è un bambino d’origini norvegesi, ma residente in Inghilterra con la propria famiglia il quale, rimasto presto orfano di entrambi i genitori, per volere di questi viene affidato alle cure della nonna materna, che abita però nella terra nordica. Ella insegna al bambino, raccontando diverse fiabe tradizionali, tutto quello che c’è da sapere sulle streghe, sulla loro reale esistenza e su come riconoscerle per potersene difendere (sorvolando sul loro aspetto affabile).
Trasferitasi in Inghilterra per consentire al nipote il proseguimento degli insegnamenti scolastici, la tutrice progetta di trascorrere le vacanze scolastiche in compagnia facendo ritorno in Norvegia ma, a causa di una malattia, è costretta ad annullare il viaggio, sostituendolo invece con la permanenza in un hotel britannico.
Qui, il giovane protagonista incapperà per caso in un convegno della “Reale Società per la Protezione dell’Infanzia Maltrattata” ospitata dall’albergo stesso. Spiando l’evoluzione del congresso, il giovane riconosce nella congrega di apparenti benefattrici un’assemblea di streghe, venendo dunque a conoscenza del loro piano di eliminare i bambini della terra trasformandoli in topi tramite un veleno che avrebbero inserito in vari dolciumi.
Successivamente, il piccolo eroe verrà scoperto dalla Strega Suprema e trasformato in un topo. A partire da quel momento, dopo essersi fatto riconoscere dalla nonna ed averle raccontato il piano delle streghe stesse, lui e quest’ultima progetteranno un piano per eliminare le antagoniste…

Nelle fiabe le streghe portano sempre ridicoli cappelli neri e neri mantelli, e volano a cavallo delle scope. Ma questa non è una fiaba: è delle STREGHE VERE che parleremo. Ci sono alcune cose importanti che dovete sapere, sul loro conto; perciò aprite bene le orecchie e cercate di non dimenticare quel che vi dirò. Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile scoprirle.

Stile

Roald Dahl mantiene, anche in quest’opera, la propria scrittura scorrevole ma sagace e critica, appellandosi dunque a lettori di tutte le età, generando una breve fiaba poliedrica in grado di essere apprezzata sia dagli adulti che dai loro bambini.
Importante è il ruolo del narratore, direttamente coinvolto nella vicenda il quale, grazie all’assenza del ruolo onnisciente, dona alla narrazione stessa un ritmo maggiormente coinvolgente ed incalzante, favorito anche dalla scelta di un registro linguistico totalmente fruibile e semplificato, in linea con la giovane età dell’eroe stesso.
Non manca, infine, l’inserimento di filastrocche in veste di canzoni, le quali hanno però lo scopo d’introdurre in maniera indiretta ma chiara l’opinione dell’autore e la sua visione dell’epoca moderna.

Foglie di tè

Come tutte le fiabe che si rispettino, anche Le streghe ha la propria morale, la quale si potrebbe tradurre, anche grazie all’esplicito riferimento ai dolciumi della storia stessa, con il famoso motto “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Tuttavia, non bisogna farsi trarre in inganno dalla banalità dell’insegnamento etico in quanto esso, in verità, funge da pretesto per introdurre una forte critica alla figura genitoriale del XX secolo, un’osservazione ora più che mai valida.

Scegliendo di redigere una vera e propria “favola ammonitrice” rivolta ai nuovi bambini, Roald Dahl compie di fatto un atto fortemente provocatorio, improvvisandosi e sostituendosi alla figura del genitore contemporaneo, dipinta più o meno velatamente nel corso dell’opera come fallace e decadente. Non è un caso, quindi, che l’unico maggiorenne con una connotazione positiva sia proprio la nonna del protagonista, chiaramente appartenente ad una generazione antecedente, mentre i genitori di Bruno Jenkins, coetaneo del narratore che avrà un ruolo all’interno delle peripezie di quest’ultimo, continuano ad essere dipinti come superficiali ed irresponsabili.

“Una VERA STREGA odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso, da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro.  Il suo più grande divertimento è farli fuori ad uno ad uno; non pensa ad altro, dalla mattina alla sera.”

Continuando la propria crociata contro il ruolo dell’adulto nella società contemporanea anche, come accennato, attraverso l’utilizzo della rima e della filastrocca, lo scrittore non manca poi di dare alla propria opera una connotazione formativa oltre che didascalica.
Ricorrendo alla metafora della metamorfosi dei bambini in topi, Dahl ricalca la crescita interiore e la maturazione del protagonista il quale imparerà molto più che diffidare degli sconosciuti.
All’interno d’un finale rocambolesco e significativo, il giovane studente inglese apprenderà che, in fondo, l’amore scavalca ogni apparenza fisica o limite estetico, comprendendo quanto possa essere disinteressato l’affetto tra due persone, a prescindere dall’età o dal sesso.

Senza fare spoiler alcuno, infine, vorrei soffermarmi su altri due temi che chi avrà la curiosità o la costanza di leggere l’opera potrà esperire e valutare. Emergeranno, di fatto, un richiamo quasi dantesco al contrappasso ed una peculiarità che rende Roald Dahl stesso un autore per l’infanzia unico nel suo genere: la concretezza.
Il lieto fine, come vuole la tradizione della fiaba, non manca affatto ma, nel caso quasi unico dell’autore in questione, si tratta sovente di conclusioni affatto edulcorate od idealizzate, seppure positive.
Proprio come accade nel mondo reale, il protagonista crescerà e migliorerà dal punto di vista personale ma, in cambio, dovrà pagare un prezzo e portare delle cicatrici che lo accompagneranno per tutta la vita…

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Dalla prima impressione ingannevole ed ordinaria, proprio come quella delle streghe che incontriamo nel corso della lettura, con una doppia personalità marcata affine da un lato ad atmosfere tetre e cruente, con aromi di carne e terra, dall’altro all’infanzia ed alla spensieratezza dei bambini con inaspettati sentori dolci e caramellati, 2013 Menghai Menglok Shan Wild Arbor Shu Puerh è proprio quello che ci vuole per riscaldare questa lettura!

Come per magia, le fragranze di questo tè si dipanano in un’escalation di richiami molto articolati e differenziati, dando mostra di un’ampiezza organolettica notevole e spiazzando, infine, con l’odore di latticini che sbuffa dalle foglie esauste, ancora calde, riprendendo così l’immagine del protagonista trasformato in topo attraverso lo stereotipo del cibo preferito da questi animali.

Mentre il riflesso dei colori rosseggianti ed intensi che le foglie hanno saputo donarmi ancora luccicava nella stanza rischiarata da una tenue abatjour, ho voluto deliziare la vista risfogliando le pagine di questo piccolo romanzo, alla ricerca delle numerose illustrazioni di Quentin Blake che adornano le sue pagine, rendendo visibile l’invisibile, tramutando le parole in immagine visiva così come anche un film come quello recentemente prodotto, seppure in maniera differente, è in grado di fare.
Avete visto il lungometraggio? Io, sinceramente, sono alquanto in dubbio, spinto alla visione dalla curiosità ma trattenuto dalla minaccia della possibile delusione. Vi piacerebbe, casomai, una mia opinione personale oppure un dibattito in merito? Rispondete e commentate, come ormai siete da sempre invitati a fare, liberamente e… #vagamentè!    

Omar.

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