Il richiamo della foresta: “a briglia sciolta”

Inutile girarci attorno: stiamo parlando di un grande classico che, per quanto prima non avessi mai letto, dovevo per forza di cose aggiungere alla mia lista.  
Complice la recente pellicola The Call of the Wild diretta da Chris Sanders ed uscita nelle sale il 20 Febbraio, poco prima del lockdown, ho finalmente intrapreso questa breve e celebre avventura partorita dalla mente di Jack London nel suo forse più celebre romanzo, Il richiamo della foresta, appunto, pubblicato per la prima volta nel 1904.

Non ho ancora avuto occasione di guardare il lungometraggio, attività che ho volutamente posticipato per non influenzare troppo l’esito della lettura ma, allo stesso tempo, missione che mi prefiggo per potere eventualmente stilare un paragone con l’opera originale.
Per quanto concerne il romanzo, invece, confesso di averlo trovato di notevole audacia ed innovazione se contestualizzato nella propria epoca ma, al contempo, alquanto riduttivo e superficiale per quanto riguarda i contenuti, sebbene il messaggio morale ed universale di questi resti valido nel corso degli anni. Cosa mi ha convinto e cosa, invece, mi ha fatto prendere le distanze? Di cosa parla, esattamente, questo titolo spesso citato ma più raramente noto ai più? Scopriamolo insieme!

Autore

Poche volte, come sapete, mi focalizzo sulla biografia di un autore e, quando decido di farlo, può essere dovuto alla sua fama oppure all’importanza del proprio vissuto all’interno dell’opera. In questo caso, valgono entrambe le situazioni, in quanto si tratta di uno scritto in un certo senso molto autobiografico, sia per quanto concerne l’ambientazione, sia per quanto riguarda il profilo caratteriale del protagonista, che si profila come alter ego dell’autore stesso.

Nato nel 1876 in California, il giovane Jack London crebbe sotto le cure della madre e dal patrigno, ignorato dal padre in quanto la madre stessa divorziò e si risposò poco dopo il parto.
Jack aveva soltanto concluso le scuole elementari quando intraprese il suo stile di vita nomade ed altalenante, frequentando compagnie poco raccomandabili, tornando agli studi nell’Oakland, divenendo un cercatore d’oro nel Klondike a partire dal 1897, in seguito inviato di guerra nel 1904 come corrispondente nel conflitto russo-giapponese e, poi, raggiungendo il successo letterario soltanto nel 1916, anno in cui venne ritrovato senza vita in un Cottage nella residenza di Beauty Ranch, probabilmente deceduto a causa di un’overdose.

In ultimo, un aspetto che vale senz’altro la pena di sondare e che non verrà trattato in quanto esule dal presente contesto, è la sotterranea attività letteraria fantascientifica di London il quale, come spesso accade per le personalità eclettiche e vagabonde, ha saputo in qualche modo profetizzare, attraverso la sua fantasia, un’attualissima situazione che vedeva una futuristica Cina estremamente popolosa ed economicamente potente nel bel mezzo di una battaglia batteriologica.

Trama

Le vicende si svolgono alla fine del XIX secolo, prendendo forza dallo scenario di una villa della California nella quale, tra agi e ricchezze, vive Buck, il cane protagonista, meticcio tra un sanbernardo ed un cane scozzese al servizio del giudice Miller.
A causa della famigerata “corso all’oro” che stava prendendo piede in quegli anni nel Klondike, Buck viene rapito una sera dal losco giardiniere il quale, rivendendolo ad un brutale trafficante, ne ricava un cospicuo guadagno in denaro.
Bastonato per la prima volta dal mercante, Buck viene poi venduto come cane da slitta a due funzionari del governo Canadese al lavoro proprio nel Klondike. A partire da quel momento, il cane comincerà a riacquistare i suoi istinti primordiali, ponendo ascolto sempre più al “richiamo della foresta”, sfruttando ogni dono che madre natura gli ha conferito per potere uscire vincitore dalla “lotta per la sopravvivenza”, non facendosi alcuno scrupolo ad uccidere Spitz, il proprio rivale all’interno della muta.
Verso la fine del romanzo, ormai quasi del tutto inselvatichito, dopo numerose disavventure Buck conoscerà Thornton, unico uomo a porgergli nuovamente una carezza dopo diverso tempo…
Buck sceglierà il lupo o l’animale da compagnia?

Gli altri uomini badavano al benessere dei propri cani per senso del dovere e per un pratico tornaconto; Thornton curava il benessere dei suoi cani come se si trattasse dei suoi bambini, semplicemente perché egli era fatto così.

Stile

L’intera vicenda ha un’inclinazione piuttosto realistica non soltanto per i numerosi riferimenti storici e l’ambientazione minuziosamente localizzata nonché documentata del Klondike e delle aree geografiche circostanti, ma anche per la scelta di un registro popolare, a tratti rozzo, volgare, che dona voce ai personaggi nell’arco dei dialoghi.
Come se non bastasse, Jack London aggiunge ulteriore veridicità alla propria storia attraverso saltuarie ma abbastanza frequenti scene di morte od aggressività, dipinte tramite descrizioni crude e disincantate, sebbene soltanto abbozzate.

Dunque, queste erano le condizioni in cui viveva il cane Buck nell’autunno del 1897, all’epoca in cui la scoperta di giacimenti nel Klondike cominciò a richiamare uomini da ogni angolo del mondo verso i ghiacci dell’Artide.

Foglie di tè

Una menzione di merito dev’essere fatta, prima di ogni altra cosa, alla struttura generale della trama che, forse, è uno dei primi esempi di uno schema diventato poi un vero e proprio archetipo, quasi un topos (se non suonasse troppo arcaico utilizzare tale termine), non solo letterario ma anche cinematografico: le storie (non fiabe) nelle quali il protagonista è un animale.
In effetti, insieme a Bambi, vita di un capriolo (Felix Salten, 1923), Il richiamo della foresta è stata forse la capostipite di un’intera progenie d’opere incentrate proprio sullo schema narrativo da lei utilizzato. Alcuni esempi sono il noto film d’animazione Disney, Bambi (Walt Disney, 1942), oppure opere molto in voga alle porte del XXI secolo quali Come cani e gatti (Lawrence Guterman, 2001) o Stuart Littl-un topolino in gamba (1999) e, ancora, di stampo più recente, il commovente Hachiko-il tuo migliore amico (Lasse Hallström, 2009) o, per evidenziare la consolidata fedeltà di Disney al genere, Bolt-un eroe a quattro zampe (Walt Disney, 2008).
Tale stereotipo, poi, sembra avere avuto particolare presa sulla tradizione artistico-letteraria nipponica, nella quale troviamo esempi riusciti, di successo, come il romanzo Io sono un gatto (Natsume Sōseki, 1905) od il fumetto Blanca (Jirō Taniguchi, 2011), partorito da Jirō Taniguchi, disegnatore e fumettista giapponese affascinato dall’arte occidentale il quale, d’altro canto, non manca d’omaggiare lo stesso Jack London, citato apertamente in L’uomo della tundra (Jirō Taniguchi, 2006).

Evidente, poi, è la forte e duplice impronta autobiografica dell’opera. Essa, di fatto, non solo si svolge prevalentemente nel Klondike, regione nella quale lo stesso Jack London ebbe occasione di soggiornare per diverso tempo proprio in veste di “cercatore d’oro”, ma ha per protagonista un cane il cui temperamento, descritto con tale minuziosità da dare vita a quello che si potrebbe definire a ragione un caso di antropizzazione, collima incredibilmente con il carattere dell’autore stesso, perlomeno per quanto possiamo evincere dalla sua biografia.
Non appena viene svincolato dagli agi della vita di città, Buck insegue sempre più il richiamo verso la libertà, assecondando le proprie inclinazioni naturali, mostrandosi restio alle regole e, ancora di più, alle opposizioni, nel corso del suo lungo viaggio che rispecchia l’eterno pellegrinaggio dello stesso London.

Erano morti con tanta facilità! Era stato più difficile uccidere un cane eschimese. Non avrebbero potuto tenergli testa, non fosse stato per le loro frecce, le loro lance e i loro bastoni. D’ora in avanti non li avrebbe temuti, se non quando avessero avuto in mano le frecce, le lance o i bastoni.

Più volte nel corso della lettura, il narratore non manca di sottolineare come i cani da slitta siano essenziali, fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo in ambienti ostili e gelidi.
L’essere umano, se da un lato viene dipinto come “domatore di bestie”, dall’altro viene mostrato, attraverso la concretezza dei fatti, in tutta la sua fragilità, sprovvisto di quelle “armi naturali”, di quell’”istinto di sopravvivenza” che, invece, garantisce agli animali di potere resistere anche a condizioni estreme senza l’ausilio di tecnologia od azioni di gruppo.
D’altro canto, l’ingegno e la socializzazione sono proprio le peculiarità che fanno della razza umana un caso unico, una forma di vita capace d’instaurare società complesse senza uguali nel regno animale stesso e, inoltre, di tramandare attraverso le generazioni conoscenze acquisite mediante l’utilizzo di sistemi simbolici come parola e scrittura, senza la necessità d’impartire lezioni attraverso la riproduzione reale dei fatti.

Inoltre, bisognava tener conto delle disposizioni del governo: squadre di cani freschi mandati da Hudson Bay avrebbero sostituito quelli che non potevano più trainare. Di questi ultimi era necessario sbarazzarsi e, poiché i cani contano poco o nulla davanti al denaro, dovevano esser venduti.

Sebbene sia capace di investire oggetti e persone di valori simbolici, tuttavia, l’essere umano non sempre è in grado di mantenere su di essi il controllo: capita dunque, come nel caso del denaro, che egli rimanga vittima di una sua stessa invenzione, giungendo ad ignorare le proprie necessità personali, le pulsioni più intime e naturali, scavalcando il prossimo, sfruttando, sottomettendo e soggiogando non soltanto i propri simili, ma anche altre razze, come viene a più riprese evidenziato dalla storia di Buck.
Il meticcio, infatti, sin dai primi capitoli viene sottratto a tradimento dalla dimora del giudice Miller, il suo padrone, per essere rivenduto a scopi di lucro. In seguito, poi, sarà forzato al lavoro, giungendo al limite della propria resistenza, da uomini il cui unico interesse pare quello d’arricchirsi quanto prima grazie alla ricerca dell’oro.
L’avidità, dunque, è un’altra tematica che attraversa l’intera opera, seppure mai trattata esplicitamente quanto, invece, accennata ripetutamente mediante le azioni e gli avvenimenti che fungono da motore per i diversi archi narrativi.

Non era mai stato picchiato con un bastone in vita sua e perciò non comprese.

Focalizzandoci infine sulla cupidigia dell’uomo, possiamo accorgerci anche di un’ulteriore contrapposizione, forse meno evidente e mai dichiarata quanto la dicotomia tra il mondo civile e quello selvaggio, che vede contrapporsi la malizia o la corruzione all’innocenza od alla purezza.
Inizialmente Buck, seppure “viziato”, conserva uno spirito innocente, quasi ingenuo, tanto da non riuscire a concepire che una persona possa bastonare un cane. Le disavventure, però, lo condurranno sia a ricorrere al proprio lato “selvaggio”, sia ad accumulare astuzia grazie all’esperienza per poi, infine, ritrovare in una certa misura la propria genuinità grazie alla figura quasi salvifica di Thornton.
Sicuramente, per chi abbia anche solo sentito nominare William Blake, si profila come un miraggio lo spettro di Songs of Innocence and of Experience (William Blake, 1794). Che sia un intenzionale riferimento o meno, Il richiamo della foresta può considerarsi un riconoscimento all’operato del celebre poeta ed artista visionario.

Non gli avrebbero mai più messo una corda al collo, di questo non aveva il minimo dubbio. Non mangiò e non bevve per due giorni e due notti; e la collera covata in quei due giorni e in quelle due notti di tormento non prometteva niente di buono a chi per primo gli si fosse avvicinato. Aveva gli occhi iniettati di sangue e si era trasformato in un demonio stravolto. Era tanto cambiato, che persino il giudice non lo avrebbe riconosciuto.

“Leaf to water ratio”

“Leaf to water ratio” è un’espressione spesso utilizzata da noi tea-lovers per indicare il rapporto tra quantità di foglie e volume d’acqua al fine d’ottenere un’infusione, se non perfetta, quantomeno gradevole. Ogni volta che accendiamo il bollitore, dunque, dobbiamo mettere i due parametri sul piatto della bilancia e valutare come procedere. Similmente, quando una lettura non mi appassiona, mi ritrovo a fare la stessa operazione, cercando di decidere se obiettivamente sia una buona opera o meno, a prescindere dalle mie impressioni.
Cerchiamo dunque di capire cosa non mi ha entusiasmato e, tirando le somme, soppesando quanto di positivo l’opera in questione possiede, decidere se valga o meno la pena d’esplorarla.

Inevitabilmente, sebbene non manchi mai di contestualizzare un’opera nel suo contesto, sono portato anche ad esprimere un giudizio da lettore contemporaneo.
L’opera è breve, fattore che riscontra il favore del pubblico del frenetico XXI secolo ma che non è una giustificazione per una scarsità di contenuto o di tematiche. Anche pagando il prezzo della blasfemia, mi sento di catalogare Il richiamo della foresta in quest’ultima categoria.
La lunghezza ridotta della narrazione, come dimostrano a titolo d’esempio La metamorfosi (Franz Kafka, 1915) o Alice nel paese delle meraviglie (L. Carrol, 1865), non è affatto una giustificazione per la mancanza di argomenti.
Il tema del richiamo all’istinto, dello scontro tra il regno primordiale e quello artificiale dell’uomo, non manca di profondità quanto, piuttosto, di articolazione. Si tratta, di fatto, quasi dell’unico tema presente all’interno del romanzo, seppure sviscerato in molte sue declinazioni, reiterato così tanto da risultare a lungo andare pedante, ai limiti del ripetitivo, compensato soltanto dalle azioni dinamiche che la penna di London bene riesce a descrivere, dando ritmo alle vicende.

D’altra parte, siamo di fronte ad un’ambiguità del messaggio che l’autore vuole trasmettere al proprio pubblico non tanto per la morale in sé, quanto ad una sua possibile interpretazione da parte del lettore.
London ci mostra la storia di un cane che ritrova un’autentica libertà facendo ritorno alle proprie inclinazioni naturali ma, a parere mio, non viene sufficientemente evidenziato come quest’ultime siano lungi dal coincidere con quelle umane.
In breve, un animale qualsiasi trova il proprio agio in un bosco, in una foresta, negli abissi o, a seconda delle situazioni, in un deserto, tutti ambienti potenzialmente letali per un essere umano, sprovvisto di pelliccia, artigli o qualsivoglia strumento innato per procacciare cibo e sopravvivere. Un umano che prendesse alla lettera il suggerimento di London andrebbe incontro alla rinuncia totale di qualsivoglia forma di legge e, di conseguenza, al rifiuto della società, divenendo un selvaggio nel vero senso della parola, incappando nella disgregazione della propria umanità.
Rimarcando ed approfondendo il concetto appena citato, lo scrittore avrebbe potuto cogliere l’occasione per trattare più diffusamene temi soltanto accennati, quali la già nominata dicotomia tra “esperienza” ed “innocenza” o somiglianze e diversità tra uomo ed animale, arricchendo al contempo il contenuto della propria opera.

Traendo ora le conclusioni: vale la pena leggere Il richiamo della foresta?
Prima di tutto, rispondiamo alla domanda: possiamo definire l’opera in questione un “classico”? La risposta è “sì”!
La caratteristica fondamentale per rendere non solo un libro ma qualsivoglia opera artistica un “classico” è la sua capacità di essere immune allo scorrere del tempo, mantenendo la propria validità nel corso dei secoli, incarnando un messaggio universale o, quantomeno, largamente accettato da una popolazione. Il richiamo della foresta, con il suo invito a riscoprire l’autenticità e l’armonia con la natura, si classifica sicuramente sotto la presente categoria.

Per quanto riguarda il bilancio finale, il romanzo presenta certamente aspetti negativi già evidenziati, ma non manca di brillare per il ritmo incalzante ed il linguaggio ampiamente fruibile nonché per l’indiretta testimonianza storica del quale si fa portatore.
Motivo di maggiore lustro, come esplicato in apertura, è l’essere stato tra i primi racconti di stampo non fiabesco a porre il soggetto del protagonista su un animale, un leitmotiv che continua tuttora a riscuotere un grande successo ed attirare l’interesse pubblico.

Nonostante tutto, il racconto riesce, nella sua semplicità e brevità, a farci ragionare di riflesso circa il controverso rapporto che, oggigiorno, intratteniamo con la natura e le creature che vi vivono.
In un’innegabile realtà di sfruttamento ambientale, allevamenti intensivi, inquinamento ed espansione civile, l’operato di Jack London suona come un monito a dare ascolto alle preghiere della Terra che ci ha dato la vita e ci nutre faticosamente giorno dopo giorno, quella stessa Terra che ora, nel disperato tentativo di avere più di quanto non ci serva, stiamo denigrando e maltrattando, sfiancandola proprio come un cane da slitta, ignorando il suo stremato uggiolio… Il richiamo della foresta

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Ero alla ricerca di un tè che richiamasse in qualche modo i freddi territori che s’estendono al nord del Canada ma che, allo stesso tempo, trasmettesse quel senso di saggezza millenaria racchiusa nella natura poi, come per incanto, mi è venuto in mente lui, uno sheng Puerh del 2018 proveniente da alberi antichi!
Il liquore dai sapori estremamente zuccherini, forse in contrasto con la crudità della storia ma ottimo rimedio per la lieve delusione che questa mi ha lasciato, possiede una sottilissima amarezza che genera sul palato proprio un’insolita sensazione di freschezza, come se si stesse mangiando un cubetto di ghiaccio: un effetto che i cinesi chiamano hui gan!
Gli alberi d’origine, poi, provengono dalle secolari foreste dello Yunnan, la “culla del tè”, e tradiscono la loro origine che si perde nei primordi della Camellia Sinensis nell’intensità aromatica nonché nella marcata mineralità, condensate in pochi sorsi di autentica poesia…

Omar.

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2 commenti su “Il richiamo della foresta: “a briglia sciolta””

  1. Ciao Omar, non finirò mai di dirti che sei una fonte inesauribile di stupore, hai fatto una descrizione curata e attenta della lettura il Richiamo della Foresta, tanto da poter vedere nella mia mente alcune immagini di Buch, che mi riportano alla memoria un film visto nella mia infanzia, dove come viene descritto nel Richiamo della Foresta e come è anche oggi nel nostro quotidiano prevale questa crudeltà questa ingiustizia questa mancanza di sensibilità, il tutto sempre per quello per cui tantissime persone non si fanno scrupoli, il danaro, i soldi, l’euro come lo si voglia chiamare.
    Katia

    1. Conoscendoti, so bene quale spiacevole evento ti abbia ricordato questa vicenda, Katia. Però, vedi… io penso che i libri abbiano la capacità di potere rispecchiare il nostro stato d’animo, facendoci magari rivivere anche momenti spiacevoli del passato ma con un certo distacco, permettendoci di sublimarli, di meditare e metabolizzare. Al mio motto “il libro è il migliore amico che tu possa avere, perchè non ti tradirà mai” mi permetto dunque di aggiungere “il libro è la migliore medicina per l’anima!”

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