Il giardino segreto: la solidarietà dei fiori solitari

Narra le vicende di un gruppetto di bambini ma è un libro scritto per adulti che, grazie alla sua semplicità ed alla molteplicità di messaggi in esso racchiusi, ha saputo diventare un classico e districarsi attraverso le generazioni, come tralci di edera al tronco d’un albero. Di cosa sto parlando? De Il giardino segreto (F.H. Burnett) ovviamente!

Con un linguaggio scorrevole, fruibile e praticamente privo di tecnicismi, la scrittrice britannica è in qualche modo in grado di comunicare quasi direttamente con il lettore all’interno di un simbolismo palese, che giunge autentico e potente alla mente del pubblico.
Romanzo “di formazione” soltanto ad uno sguardo superficiale, Il giardino segreto è in verità molto più di questo, tanto da imbottigliare in una sordina l’eco del modello letterario previo citato. L’opera è, a bene vedere, anche una velata ed arguta critica al mondo degli adulti: per poterla vedere, dobbiamo però prima accucciarci e vedere il mondo con gli occhi della fanciullezza, seguendo quel pettirosso che scavalca il muro ed entra in un regno incantato…

Trama

Mary è ancora una bambina e, ogni giorno, si risveglia tra servitù, colori sgargianti, piatti esotici ed allettanti quanto a noi estranei aromi di spezie. Figlia di ricca famiglia, la ragazzina è praticamente cresciuta in India, riverita sotto ogni aspetto, coccolata dai domestici ed istruttori privati, ragione per la quale ha sviluppato un carattere dispotico e capriccioso.
La vita della ragazzina viene però un giorno stravolta: i suoi genitori muoiono e lei, svogliatamente, viene adottata da uno zio inglese, Archibald Craven, che la ospita nella sua villa, Misselthwaite Manor.
La casa, apparentemente, è enorme quanto vuota e dispersa nel bel mezzo di un’immensa brughiera. Il personale, poco numeroso, vi si sperde come pesci rossi in un lago e la fredda accoglienza non contribuisce certo a creare un’atmosfera serena per la protagonista la quale, per tutta risposta, sfodera il suo atteggiamento spavaldo e dispotico.
La notte, durante i temporali, le pareti scricchiolano, il vento frusta le sterpi e batte i vetri delle finestre mentre gli alti soffitti della stanza s’incupiscono e paiono sovrastare Mary. A poco a poco, proprio come l’assito della dimora, anche la maschera di Mary comincerà a sgretolarsi, rivelando una ragazzina sicura di sé, vitale e desiderosa d’amare nonché d’essere amata.
Esplorando la casa, Mary troverà nel parco una piccola e graziosa chiave e, la notte, dopo avere superato la diffidenza verso i tuoni, le sembrerà di sentire un rumore lontano, quasi un lamento, che non pare essere del vento, del legno o altro ancora… cosa serberà il futuro alla piccola principessa?

Foglie di tè

Il giardino segreto è un racconto nel quale la crescita interiore coinvolge non solo la protagonista, ma anche numerosi altri personaggi, sia bambini (Colin e Pan) che adulti (il padre adottivo, il giardiniere e persino la servitù), presentatici nel prosieguo degli eventi. Ogni figura, così come ciascuno dei cambiamenti che ne coinvolgono la personalità, viene descritta in modo non minuzioso ma essenziale e preciso, in grado di delinearne il profilo attraverso poche righe, quasi come accade con le pennellate dei quadri impressionisti. Nondimeno, la “formazione” non è la colonna portante dell’opera e s’intreccia, confondendosi, con numerose altre tematiche, tra le quali spiccano la solitudine, la morte e la rinascita, oltre all’egoismo ed all’amore, strettamente connesso al dolore.
Attraverso le vicende di Mary, vedremo quanto l’essere ignorati e disprezzati possa provocare sofferenza ma, allo stesso modo, conosceremo il lato oscuro dell’amore che, se eccessivo, trasformatosi in ossessione e morbosità, diviene tanto dannoso quanto doloroso.

Curioso, poi, è notare come quasi ogni vicenda abbia luogo all’interno di Misselthwaite Manor o del suo giardino e, nei rari casi in cui si sconfini da tale limite, l’ambientazione sia comunque di stampo domestico, spesso dipinta attraverso flashback o narrazioni interne, dunque non esperita direttamente dal soggetto, quasi a volere significare che la crescita personale non deriva da lunghe peregrinazioni o numerose conoscenze, bensì dalla capacità di riscoprire le proprie origini, rapportarsi con esse in modo differente e più maturo.
L’ambientazione circoscritta potrebbe fare desistere qualche lettore dal proseguimento, instillare lo spauracchio della noia e della monotonia: d’altro canto, non dipendono certo dal campo d’azione la capacità attrattiva, la densità e la facoltà d’intrattenere od incuriosire di un romanzo. A tale proposito, basti pensare al successo planetario riscosso dalla saga di Harry Potter (J.K. Rowling) la quale, in fine dei conti, si svolge prevalentemente in pochi ambienti, con particolare insistenza su Londra e Hogwarts.

Riflettetè (spoiler)

In virtù del fatto che ogni opera d’arte è inevitabilmente soggetta al punto di vista condizionato dello spettatore – le cui idee subiscono l’influsso dei propri tempi – vorrei porre ulteriormente l’accento su una peculiarità del presente romanzo, prima d’iniziare una speculazione più mirata ed articolata.
Come ho già fatto notare, nell’opera vige una certa staticità spaziale la quale, d’altro canto, si contrappone invece ad un moto “spirituale” – per così dire – ascendente, verso l’alto, rappresentato dalla crescita dei protagonisti. Questi, sebbene confinati all’interno dell’ambiente domestico, riescono vicendevolmente ad aiutarsi ed abbandonare il senso di solitudine, il dolore del tempo presente e passato, liberandosene proprio come una farfalla esce dalla crisalide, per spiccare il volo.
Ritengo dunque che forse oggi più che mai abbiamo la possibilità di apprezzare e godere di questo messaggio di speranza imbucato tra le pagine de Il giardino segreto, costretti da una pandemia nelle nostre stesse case ormai da molti mesi e sempre più soggetti, indi, a convincerci che non esista oramai alcuna possibilità di cambiamento, di salvezza, d’evoluzione.

Aveva iniziato a domandarsi come mai le era sempre parsi di non appartenere a nessuno, anche quando i suoi genitori erano vivi. […] Aveva avuto domestici, cibi, vestiti, però nessuno aveva mai fatto caso a lei. Non sapeva che ciò era dovuto al fatto che si rendeva antipatica a tutti. Pensava spesso che gli altri fossero antipatici, ma non si accorgeva di esserlo lei stessa.

Giungo ora alla mia personale interpretazione del classico creato da F.H.  Burnett. Nello specifico, vorrei esporre le mie idee evidenziando e seguendo un concatenarsi quasi euritmico tra solitudine ed amore ritrovato, due elementi che si bilanciano in perfetta armonia proprio come accade tra immobilità spaziale ed accrescimento personale dei protagonisti.
Partendo da Mary, ci imbattiamo sin da subito nello stereotipo del bambino sommerso di agi e ricchezze ma, in verità, poco considerato dai suoi genitori, affettivamente parlando. Con il trasferimento a Misselthwaite Manor, la fanciulla non conosce, in un primo momento, sorte differente, dato che lo zio ed il personale non pare darle particolare rilievo, primo fra tutti lo zio. Nondimeno, quasi per ironia della sorte, è sempre all’interno di una casa ed in una situazione di solitudine che, questa volta, Mary riuscirà a trovare l’affetto, altresì senza mai ammettere a sé stessa la necessità di tale ricerca.  

Martha, l’inserviente personale di Mary, seppure inizialmente allontanata dalla bambina riesce a poco a poco a guadagnare la sua fiducia ottenendo, in cambio, la considerazione e la curiosità della piccola orfana, la prima persona che riuscirà a toglierla dalla posizione d’anonimia e subordinazione nella quale la noncuranza del personale e dello zio Craven l’avevano sprofondata quasi con rassegnazione.
Proprio Martha, attraverso i propri racconti, introdurrà la figura di Dickon, suo fratello minore. Egli ci viene presentato come una metafora di Pan, il dio greco dei boschi: ce ne accorgiamo grazie a numerosi dettagli, tra cui spiccano lo zufolo ed una comunione talmente profonda con la natura da divenire fusione, come del resto non manca di asserire lo stesso Dickon:

Un bambino era seduto sotto un albero e, con la schiena appoggiata al tronco, suonava un rudimentale zufolo di legno.
[…]
-Capisci tutto ciò che dicono gli uccelli?- chiese Mary.
-Credo di sì, e anche loro lo credono,- disse. -Sono stato tanto tempo con loro, nella brughiera. Li ho visti uscire dal guscio, ricoprirsi di penne, imparare a volare e a cantare, tanto che mi sembra di essere uno di loro. A volte credo di essere un uccello, una volpe, un coniglio, uno scoiattolo e anche uno scarabeo, senza rendermene conto.

Apparentemente felice e spensierato, Dickon non è certo un ragazzo privo d’affetto grazie alla sua numerosa e genuina famiglia di campagna ma, per certi versi, egli cerca l’isolamento, affidando proprio alla natura le sue attenzioni, le sue cure, i suoi pensieri. Proprio attraverso l’amore incondizionato per la natura Dickon conoscerà Mary, accostandosi a lei nel tentativo di restaurare il “giardino segreto” e riuscendo così ad instaurare relazioni durature con un essere umano.
È sempre l’amore disinteressato per gli animali, nella fattispecie per un pettirosso, che riuscirà a generare un’intesa tra Mary ed il giardiniere, Ben Weatherstaff, dal carattere burbero e scontroso, evitato dalla maggioranza della servitù, lontano dalla vita domestica ed impegnato altrove nella cura del verde.

-Vuoi fare amicizia con me?- domandò al pettirosso, proprio come se parlasse con una persona. -Veramente?-  Non pronunciò quelle parole quelle parole con il solito tono aspro o imperioso che usava con gli indiani, ma con voce dolce, ansiosa e persuasiva, tanto che Ben Weatherstaff ne fu sorpreso come lo era stata lei sentendolo fischiare.

Nella larga proprietà terriera di Craven sarà proprio il “giardino segreto” a divenire un vero e proprio “luogo catartico”, in grado di mondare il dolore e la solitudine dai vari personaggi. Precisamente quel luogo, inoltre, è la principale ragione che smuoverà Colin dai suoi incubi di morte, dalla sua illusoria infermità, dalla stretta mortale dell’amore morboso di un padre travagliato dalla morte improvvisa della consorte, evento che lo conduce a cure maniacali ed immotivate nei confronti del figlio in un vano tentativo d’esorcizzare il lutto e la sofferenza.
Non solo, nel giardino, Colin esce dall’immaginaria convalescenza ed abbandona il temperamento scontroso nonché viziato ma, con il passare dei giorni, diventerà il punto di fuga attraverso il quale l’orizzonte purificatore del “giardino segreto” giungerà sino al signor Craven che, finalmente, vedendo il figlioletto reggersi in piedi con le proprie gambe, abbandonare la sedia a rotelle e le buie stanze di Misselthwaite Manor, si rialzerà dal cordoglio e riprenderà a camminare sul sentiero della vita.

Solo Colin seppe quale sollievo gli procurassero quelle parole pronunciate con irritazione. Se avesse avuto qualcuno con cui parlare dei suoi segreti terrori, se avesse osato fare qualche domanda, se avesse avuto compagni della sua età e non fosse rimasto per tanto tempo sdraiato, in quella casa immensa, respirando un’atmosfera di timore fra persone per lo più ignoranti e stanche di lui, allora avrebbe capito che la maggior parte delle sue paure e delle sue malattie se l’era creata da sé.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Questo oolong a bassa ossidazione, dalle foglie verde canna, srotolandosi gradatamente, sbocciando nella tazza e generando un effluvio di fiori ed erba fresca così come i cortili che ospitano i personaggi di questo romanzo,  rassomiglia ai rami malmessi del giardino abbandonato i quali lentamente riprendono in mano la loro vita, traendo nuova forza e sicurezza l’uno dall’amore che l’altro gli offre.
Un romanzo che ci offre uno slancio di speranza, un augurio che ha la medesima tinta di queste foglie, che si protendono fino ad esondare dall’imboccatura della teiera…

La fatica la accaldò tanto che si tolse il cappotto e poi anche il cappello. Senza rendersene conto, sorrideva continuamente all’erba e alle puntine verdi che spuntavano dalla terra.

Omar.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on whatsapp
WhatsApp
Share on email
Email