Finchè il caffè è caldo: attenti a non scottarvi

Finchè il caffè è caldo (T. Kawaguchi) è un romanzo che nasce da una penna del Sol Levante, recentemente tradotto e pubblicato in Italia, che ha riscosso grande successo per un buon periodo di tempo, rimanendo un titolo molto amato anche ora.
Solitamente, a meno che l’opera o l’autore siano a me già noti, attendo sempre un po’ di tempo all’alba di una nuova uscita letteraria: spesso, infatti, capita che il contenuto di un’opera sia estremamente sopravvalutato e volutamente esagerato dalla pubblicità o dall’opinione pubblica media.
Siccome il titolo in questione non accennava a perdere la propria popolarità, mi sono deciso ad addentrarmi tra le sue pagine ma, forse, le mie aspettative sono state troppo alte…

La fama ed il consenso pubblico di cui sta godendo il Giappone in questi anni, come immaginerete, è una vera e propria arma bilama. Da un lato, il fascino dell’estremo Oriente spinge l’editoria ad accogliere e tradurre un maggiore numero di opere prima impensabili da reperire, dall’altro, invece, tende a sfumare il confine che distingue un lavoro ben fatto da un libro mediocre, con il risultato di una pubblicazione sovente scriteriata, nella quale non è raro trovare più materiale scadente rispetto a quello di spessore culturale ed ideologico.
Finchè il caffè è caldo, come accennavo, mi ha lasciato con non poche perplessità… il caffè si sarà raffreddato?

Stile

Kawaguchi ha uno stile sintetico e lineare, in grado di sbozzare in poche righe sentimenti o descrizioni anche piuttosto complesse, quasi come farebbe un pittore impressionista nel tentativo di carpire un singolo istante con poche pennellate di colore.
Il problema, tuttavia, risiede nella superficialità descrittiva di Kawaguchi: sebbene uno stile sintetico possa essere piacevole ed apprezzabile, esso diviene un difetto nell’attimo in cui si traduce anche nella tendenza a non approfondire tematiche che meriterebbero invece ulteriori indagini e disamine.
Quattro capitoli, che costituiscono l’intera lunghezza dell’opera e narrano ciascuno la storia di un personaggio specifico in maniera bene progettata e congegnata, sono a parere mio troppo riduttivi per trattare un concetto come quello del tempo, perno centrale attorno al quale si dipanano le vicende dei protagonisti.

Trama

In Giappone vi è una caffetteria, all’apparenza anonima, seminascosta ed antica, divenuta però famosa per una peculiarità che la rende unica al mondo, la quale supera persino l’atmosfera bizzarra composta da qualche orologio fuori orario alle pareti e l’arredamento antiquario ma estremamente curato: quella caffetteria, pare, consente ai propri clienti di viaggiare nel tempo!
Fumiko, in un giorno qualunque, si ritrova al tavolo del locale assieme a Kotake, il suo fidanzato, il quale di lì a poco l’avrebbe lasciata per trasferirsi all’inseguimento del suo sogno lavorativo. Da quest’evento, avremo modo di assistere al primo viaggio nel tempo, in cui la stessa Fumiko vorrà rincontrare il compagno pure sapendo di non potere cambiare alcunché del presente. Non è possibile modificare il corso degli eventi, ma questa è soltanto la prima regola. Per viaggiare nel tempo, bisogna per forza sedersi su una sedia specifica, non muoversi da essa ed incontrare esclusivamente persone che siano già state nella caffetteria ma, cosa più importante di tutte, non permettere, per nessuna ragione, che il caffè si raffreddi prima di fare ritorno, pena la prigionia eterna nelle proprie memorie.
È dunque in una semplice caffetteria che, attraverso una sedia scricchiolante e l’operato di un trio di baristi alquanto singolari, vedremo scorrere, come su una pellicola, l’esistenza degli enigmatici personaggi che ne popolano le stanze, in uno spunto di riflessione sul significato del tempo e del rimorso.

Foglie di tè!

Non è mia intenzione demolire completamente l’opera in questione dunque, per dimostrare che le intenzioni non hanno affatto mire distruttive bensì costruttive, ho scelto di evidenziare sin da subito gli aspetti più positivi di Finchè il caffè è caldo.
In primo luogo, come già accennato trattando dello stile, Kawaguchi possiede un’espressività particolarmente chiara e scorrevole, in grado di non annoiare e rendere il romanzo facilmente e velocemente fruibile senza per questo mancare completamente di profondità di significato o spunti di riflessione, sebbene manchino dovuti approfondimenti ed analisi più dettagliate nonché estese circa i temi portati all’attenzione del lettore.

Eppure adesso Fumiko si pentiva di averla pensata così. Per lei era un suo piccolo difetto, mentre per Gorō era un doloroso complesso che lo affliggeva da tempo.

I personaggi ed i loro comportamenti all’interno della narrazione hanno, poi, atteggiamenti e comportamenti tipici, affatto stereotipati, del cittadino giapponese medio. Compaiono o si accennano, di fatto, alcuni aspetti che permeano la società del Sol Levante quali, ad esempio, la volontà di mettersi costantemente nei panni del prossimo, avendo così cura di non ferirlo né tantomeno offenderlo, o la conseguente totale oppure parziale repressione della propria espressività emotiva.

Fumiko aveva deciso di parlare con sincerità, tanto comunque il presente non sarebbe cambiato. Ma non riusciva proprio a dirlo. Per lei era come ammettere la sconfitta.

Ancora, sebbene in maniera alquanto implicita, sono più che frequenti le allusioni ed i riferimenti al folklore ed alle tradizioni locali, dall’estetismo nipponico all’utilizzo dell’incenso funebre, dagli yōkai al mito delle 1000 gru ed all’annessa vicenda di Sadako Sasaki.

Il campanello suonò, ma Nagare non mostrò alcuna reazione e si limitò ad aggiungere alle altre l’ultima gru che aveva appena finito di piegare. Kōtake era passata dopo il lavoro perché era in pensiero per Kei. Nagare, lo sguardo fisso sulle gru, annuì appena.

Acqua bollente!

Ahimè, mi ritrovo costretto ad evidenziare numerosi punti di fragilità dell’opera, a partire proprio dai forse troppo sottili e raffinati riferimenti alle tradizioni culturali giapponesi. Quest’ultimi, con ogni probabilità, hanno fatto sì che l’opera d’esordio di Kawaguchi divenisse un vero e proprio bestseller in patria, vincendo anche un premio presso il Suginami Drama Festival, ma, mi domando: quanto possono essere apprezzati e compresi da un lettore italiano?
Beninteso, in questo caso non si tratta di attribuire demeriti all’autore il quale, d’altro canto, ha evidentemente elaborato un’opera in un’ottica esclusivamente nazionale, dotata di un pubblico in grado di carpire ogni allusione con estrema facilità, bensì di un’aspra critica al traduttore, che non si è premurato di apporre note in grado di esplicare i riferimenti e gli encomiabili omaggi alla letteratura giapponese stessa.
Per meglio spiegarmi, riporto di seguito un passo che ho sinceramente apprezzato da studioso amatoriale di lingua e filosofia giapponese ma che, al contempo, mi ha fatto sorgere il dubbio di cui sopra.

Appena introdotta l’elettricità, avevano sostituito le lampade a olio con la luce elettrica, ma installare un condizionatore avrebbe fatto a pezzi il fascino del locale. Perciò il caffè ancora oggi non ha l’aria condizionata.

Quello in esame è, a tutti gli effetti, un’abile e disarmante, nella sua semplicità, sintesi dell’estetismo elaborato da una grande penna e mente del Sol Levante, Jun’ichirō Tanizaki il quale, specie nell’opera Libro d’ombra (1993), intravede proprio nella consunzione, nei segni tracciati dallo scorrere incessante del tempo, nell’ambiguità dell’ombra, l’essenza del bello. Tuttavia, il lettore deve quantomeno avere un’idea generale del pensiero di Tanizaki per potere realmente comprendere ed accogliere la raffinatezza di un simile paragrafo, non trovate?
Lo stesso, a parere mio, accade con evidenti parallelismi alle credenze popolari ed al folklore, come esemplificato nella descrizione che segue, evidentemente ispirata al konaki-jiji, uno yokai che si presenta sotto forma di bambino in lacrime con il potere, appunto, di accrescere a dismisura il proprio peso fino a schiacciare la sua vittima.

Fumiko sentì raddoppiare il peso del corpo, come se le fossero cadute addosso decine di coperte pesanti. La luce si trasformò nel tenue bagliore di una candela e un urlo disumano prese a rimbombare tra le pareti del locale.

Ancora, prima di passare ad alcune mancanze delle quali, secondo la mia opinione, è responsabile direttamente l’autore, vorrei porre in evidenza i numerosi errori grammaticali nonché di battitura presenti nella trascrizione italiana dell’opera. Potrei anche scendere a compromessi con un trend che vede il divampare di letture superficiali e brevi, “disimpegnate”, per così dire, ma, proprio in virtù della superficialità stessa e della maniacale attenzione alla copertina, all’apparenza, trovo inaccettabile che siano presenti palesi errori di forma o distrazione!

Gli piaceva viaggiare. Non era il VIAGGIÒ in sé che lo attirava, ma l’opportunità di visitare i giardini dei diversi posti.

Ora, giungiamo a quei dettagli negativi imputabili invece all’autore stesso. In primo luogo, vi è sicuramente un’incongruenza interna che pone le sue basi proprio nel primo capitolo il quale, generalmente, dovrebbe essere il più curato e bene progettato in quanto responsabile di carpire l’attenzione e la curiosità del lettore. Dall’esordio, il cafè ci viene descritto come anonimo e seminascosto, ignorato dai più, mentre, poco dopo, ne viene ostentata la fama dovuta alla possibilità di fare compiere ai clienti viaggi nel tempo… com’è dunque possibile che Fumiko, la protagonista iniziale, non l’avesse riconosciuto a prima vista?

Il caffè aveva acquisito una certa fama, con lunghe code ogni giorno, grazie alla storia dei viaggi nel tempo. Ma per colpa delle rigide regole da seguire non si riusciva mai a trovare nessuno che fosse davvero tornato nel passato.

Purtroppo, dopo avere dimostrato un’incongruenza narrativa piuttosto evidente, sono costretto a rilevare anche una sorta di “asimmetria” dell’opera la quale, sebbene non si tratti di un errore vero e proprio, risulta comunque stridere con l’impostazione metrica dell’opera. Finchè il caffè è caldo, come ho detto, consta di soli quattro capitoli, ciascuno rigorosamente incentrato sulle vicende di un personaggio. Da una simile rigidità schematica, mi sarei dunque aspettato di riscontrare un’uniformità anche sul piano concettuale: invece, mentre i primi tre capitoli trattavano del tempo passato, soltanto l’ultimo è stato riservato al tempo futuro, trattando forse l’argomento in maniera accennata e frettolosa.

Approfitto, infine, della precedente osservazione per esporre la mia critica conclusiva, inerente proprio alla scarsa ampiezza riflessiva dell’opera. Non intendo dire, come alcuni potrebbero fraintendere, che l’opera non abbia una profondità concettuale che ho, tra le altre cose, apprezzato sottolineando i numerosi riferimenti colti, quanto, invece, constatare la mancanza di una trattazione dilungata delle singole tematiche, impreziosita magari dall’opinione e dal punto di vista di Kawaguchi , il quale avrebbe potuto anche cogliere l’occasione per scongiurare l’anonimia letteraria in cui  il suo romanzo, anche a causa dello stile coinciso, della brevità e dei personaggi soltanto abbozzati, rischia di sprofondare.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Per un libro non proprio riuscito, mediocre seppure non pessimo, che mi ha lasciato, è il caso di dirlo, con “l’amaro in bocca”, ho cercato almeno consolazione in una corroborante tazza di tè, optando per alcune tra le mie foglie preferite senza però, come sempre, tradire le sensazioni che emergono dalle atmosfere dipinte tra carta ed inchiostro.

La calda dolcezza di un Alishan High Mountain Jin Xuan 2020-roasted, con aromi di biscotti, cannella e frutta secca invischiati in un corpo denso dalla struttura morbida e cremosa, ravvivati da tardivi accenni speziati, era senz’altro quello che ci voleva per farmi ritrovare il buon umore facendomi, insieme, rivivere positivamente l’aria di caffetteria che permea l’intero romanzo, tra l’aroma di caffè del liquore e quel tocco tostato, marcato e costante, che richiama l’idea di una torrefazione.

Finchè il caffè è caldo, probabilmente, è un romanzo che può essere pienamente accolto soltanto da profondi conoscitori delle tradizioni e della storia del Giappone o, in alternativa, dal popolo stesso che appartiene a quella nazione. Kawaguchi, tuttavia, seppure ancora in erba, ha tutte le premesse e le conoscenze per potere diventare uno scrittore di spicco anche internazionale: per sapere come andrà a finire, però, dovremo continuare a “tenerlo d’occhio” ed aspettare, approfittandone magari per cogliere lo spunto offertoci dal romanzo e meditare sugli effetti e la natura del tempo. A proposito, sapevate che a Taiwan gli oolong vengono tostati, anche diverse volte a distanza di anni, proprio per poterli conservare più a lungo?

Omar.

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