Aua: la tradizione della sopravvivenza

Esiste un popolo, tra la gelida morsa del Canada Nord orientale e l’entroterra della Groenlandia, le cui tradizioni sono state forgiate dalla tempra del freddo, tramandate dai venti del nord e raccolte come in una narrazione fiabesca dalla missione e dall’operato di Knud Rasmussen, antropologo che ha dedicato la sua intera vita alla profonda comprensione e testimonianza della comunità Inuit.

Aua è un piccolo estratto dei resoconti frutti della spedizione di Thule, impresa condotta dallo studioso tra il 1921 ed il 1924. Ma Aua è anche il nome di un personaggio ai limiti dell’onirico, uno sciamano che, facendosi a poco a poco più nitido tra i vortici di una tormenta di neve, accorre in aiuto di Rasmussen e della sua truppa, aprendogli dapprima l’ingresso nella propria casa poi, con il tempo, anche del proprio cuore…

Knud Rasmussen

Uno degli assunti fondamentali per potere anche solo pensare di parlare di antropologia in maniera intellettualmente onesta è riconoscere quanto, nonostante le buone intenzioni, sia fondamentalmente impossibile per il ricercatore abbandonare completamente le proprie origini culturali. Pertanto, al fine di valutare con la giusta misura un resoconto antropologico, è necessario conoscere in minima parte il vissuto dell’autore stesso.
Knud Rasmussen nacque in Groenlandia nel 1879 e già nel 1902 intraprese la sua prima spedizione di due anni per entrare in contatto con la cultura Inuit, operazione che le sue origini favorirono, in parte. Nel 1908 redasse la sua prima opera etnografica incentrata sul folklore Inuit, dal titolo Il popolo del nord polare, ma fu nel 1910 che, fondando la stazione commerciale di Thule a Capo York con l’amico Peter Freuchen, si assicurò la base di appoggio necessaria che gli avrebbe consentito di effettuare sette nuove ricerche tra il 1912 ed il 1933, anno nel quale morì per una probabile intossicazione alimentare dovuta ad un piatto tipico delle popolazioni indigene della Groenlandia.
Al periodo tra il 1921 ed il 1927 risale Il grande viaggio in slitta, raccolta di testimonianze dalla quale sono estrapolati i contenuti di Aua, appartenenti alla quinta spedizione Thule (1921-1924).

Foglie di tè!

La spedizione riuscì a catturare gli ultimi bagliori di un’antica civiltà prima che l’impatto di diversi fattori intervenisse a cambiare per sempre una cultura millenaria, e l’opera rappresenta una lettura fondamentale per comprendere le popolazioni artiche in un momento di transizione che le vide passare dal secolare isolamento alla dipendenza dalle merci d’importazione: armi, munizioni, petrolio, caffè, tabacco.

Knud Rasmussen conobbe Aua quando ancora era uno sciamano, fortemente legato alle tradizioni locali. Successivamente, nondimeno, quest’ultimo si convertì al cristianesimo che, in quegli anni, cominciava sempre più a prendere piede nella comunità Inuit, anche grazie al sistema di trascrizione Peck che, attraverso l’utilizzo di un’estrema semplificazione dei caratteri, rese fruibile la Bibbia in forma scritta agli indigeni.
Seppure inizialmente possa sembrare fuorviante ai fini di un’indagine quanto più accurata possibile sul folklore, in verità, come testimonia lo stesso autore, è stata proprio la conversione dello stesso Aua a liberare questi dai tabu e dalle restrizioni imposte dalle credenze, consentendogli dunque di aprirsi maggiormente e rivelare dettagli intimi e segreti circa la propria appartenenza culturale d’origine.

«E nonostante tutti i nostri sciamani,» afferma Aua «siamo così ignoranti che abbiamo paura di tutto ciò che non conosciamo», e dunque gran parte dei riti è orientata verso la lotta per la sopravvivenza, cui fanno da contorno una cosmologia tutto sommato limitata e un oltretomba positivo, al quale «solo pochissimi e solo i più grandi» tra gli sciamani sono in grado di accedere.

Come afferma lo stesso Aua, l’insieme di cosmologia e costumi Inuit sono fortemente influenzati dal sogno e, allo stesso tempo, speranza nella sopravvivenza, la quale assume un ruolo fondamentale e vitale in un contesto ambientale gelido ed ostile all’esistenza umana nonché animale testimoniando così quanto la conformazione naturale possa antropologicamente influenzare la comunità che la abita. Ne è una prima dimostrazione la consistente e variegata mole di regolamentazioni e tabù che si concentra prima e dopo l’evento del parto, nel tentativo di esorcizzare e scongiurare la morte del neonato o della madre.  

«Animali e uomini sono vicini,» disse Aua «è per questo che i nostri antenati credevano che si potesse essere ora animale, ora uomo.

L’attaccamento alla vita è forse la ragione che, all’interno delle usanze Inuit, vede uomini ed animali come legati ad uno stesso, terrificante destino, il quale li accomuna dando pari valore all’animo dell’uno e dell’altro, rendendoli interscambiabili. Da tale radicato presupposto derivano una moltitudine di regole e tabu che entrano in scena ogniqualvolta si rende necessaria l’uccisione di una preda e che variano sensibilmente a seconda del soggetto oppure di altri elementi che contribuiscono a formare la circostanza quali, per esempio, l’età ed il sesso del cacciatore od il periodo dell’anno. Quanto traspare dai precetti in questione è un forte riconoscimento, un senso di gratitudine verso una natura considerata potente, divinizzata, la quale concede come una grazia la possibilità di continuare a vivere.

Non credo che mi stancherò mai di parlare del carattere accogliente di queste dimore primitive, del loro tepore e della loro festosità, che non ho mai percepito così forte altrove.

In una popolazione nella quale la preminenza appartiene alla sopravvivenza, la stessa struttura sociale si è nei secoli evoluta per limitare quanto più possibile le situazioni di diverbio e contrasto.
Già dall’incipit del resoconto di Rasmussen, siamo colpiti tanto quanto l’autore dall’innato ed ammirevole spirito d’accoglienza che caratterizza la maggioranza degli Inuit. Soccorso nel mezzo di una bufera di neve da Aua, allora uno perfetto sconosciuto, il ricercatore viene subito ospitato nella dimora di quest’ultimo, dove gli vengono serviti un pasto sostanzioso ed un letto caldo nonostante la limitata quantità di risorse che l’ambiente mette a disposizione. L’ospitalità, inoltre, tradisce anche il già citato senso di comunione universale, che vede ogni essere vivente impegnato nella stessa, estenuante missione: la fuga dalla sofferenza e dalla morte.

“Le parole saliranno”. «E allora tutti in casa devono confessare se hanno trasgredito a un divieto. «“È colpa mia forse!” gridano a una voce donne e uomini, con la paura della fame e della caccia mancata, e ciascuno comincia a raccontare tutte le cose sbagliate che ha commesso. Si fanno i nomi di chi è nella casa, tutti devono confessare, e in tal modo si vengono a sapere molte cose che nessuno sospettava; ciascuno sente i segreti degli altri. Ma, nonostante tutti i peccati rivelati, può succedere che lo sciamano parli con tono infelice, il tono di uno che si sbaglia, e continua a esclamare parole come: «“Cerco i miei motivi in cose che non sono successe, parlo come uno che non sa”.

L’elusione dal conflitto, tuttavia, non si limita ad interessare il rapporto tra il gruppo sociale e gli elementi esterni ma, come anticipato, si traduce in norme e credenze volte ad evitare anche il litigio ed il contrasto interno tra i membri che animano i singoli villaggi.
Tradizioni, tabu, convenzioni e festività sono spesso attraversate da un motivo comune: la sincerità. Attraverso la lealtà e la verità, talvolta estorte dal timore di ripercussioni di natura spirituale, talaltre indotte attraverso il gioco o la ritualità, la coesione collettiva si rafforza sempre più, andando a ridurre la segretezza nonché le occasioni di compiere atti illeciti all’oscuro della conoscenza comune.

«Noi abbiamo paura! «Noi abbiamo paura delle intemperie del mondo, con cui dobbiamo combattere per strappare il cibo alla terra e al mare. «Abbiamo paura degli stenti e della fame nei freddi igloo. «Abbiamo paura della malattia, che vediamo quotidianamente intorno a noi. Non della morte, ma della sofferenza. «Noi abbiamo paura delle anime delle persone morte e di quelle delle prede uccise. «Noi abbiamo paura degli spiriti della terra e dell’aria. «Perciò i nostri padri si sono armati di tutte le antiche regole di vita, costruite sull’esperienza e sulla saggezza di intere generazioni. Noi non sappiamo in che modo, non abbiamo idea del perché, ma le seguiamo per avere la possibilità di vivere senza affanni. E nonostante tutti i nostri sciamani, siamo così ignoranti che abbiamo paura di tutto ciò che non conosciamo. Abbiamo paura di ciò che vediamo intorno a noi e abbiamo paura di ciò che conosciamo dai racconti e dai miti degli antenati. Perciò abbiamo le nostre tradizioni e perciò rispettiamo i nostri divieti».

Lo sciamano, che opera nel frangente della tradizione simbolica e morale degli Inuit, si profila dunque come una figura essenziale così come, per esempio, lo è il cacciatore, il quale si occupa delle necessità corporali. La popolazione Inuit, sottoposta quotidianamente ad una natura crudele e minacciosa, necessita di fronteggiare la paura di divenire preda del gelo facendo “fronte comune”, scansando per quanto possibile qualsiasi altro ostacolo di natura emotiva che possa rendere ulteriormente difficoltosa la sopravvivenza. È così, dunque, che le questioni morali, nel tentativo di ridurne l’ascendente sulla vita umana, assumono paradossalmente una vitale importanza che rende lo sciamano stesso un punto di riferimento ed una figura di spicco, in grado di spegnere l’astio ed esorcizzare la paura.  

Si coglie infine, come spesso accade, nelle parole dell’antropologo una sorta di nostalgico rimorso, un disperato tentativo di testimoniare una tradizione culturale in via d’estinzione. Sebbene vi sia la consapevolezza, ad oggi, che ogni complesso di ideali e simboli non sia affatto immutabile nel tempo ma, al contrario, frutto di un continuo interscambio con le influenze e l’ambiente circostante, l’uomo non può fare a meno di rimanere affascinato dalla certezza dell’eterno, dell’immobile, della tanto ricercata “legge universale”: un’attrattiva che, in quanto esseri umani, possiamo certamente perdonare a Rasmussen.
Del resto, come ricorda l’odierno scioglimento dei ghiacciai, anche l’immobilità dell’inverno non è altro che una condizione transitoria…

Ma ben presto ci saremmo resi conto che, se si ha intenzione di viaggiare solo col tempo propizio, tanto vale che si rinunci a tutto e si resti a casa al calduccio. Del resto non ci capitava mai di vedere i figli di quella terra tenere in considerazione il maltempo.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Un tè che sin dal primo momento ha spifferato la propria particolare inclinazione ad evocare la neve, liberando nell’aria uno sciame di peletti argentati scoccati dalle sue numerose gemme le quali, in tazza, hanno saputo regalare l’atmosfera calda ed accogliente di casa, con tiepidi e rincuoranti aromi speziati e di pane.
Non ho dubbi: se dovessi mai avere l’onore di essere ospitato in un igloo non mi esimerei da ricambiare l’ospitalità preparando per i miei anfitrioni un Moonlight Pavillon Pure Bud Bi Luo Chun!
A proposito… sapevate che, nonostante tutto, anche gli Inuit non rinunciano ad una quotidiana tazza di tè? Se volete saperne di più… non vi resta che leggere le parole di Aua!

Omar.

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