Winter 2019 Bagua Shan Dong Pian: un tè… stupefacente!

Identikit

Tipologia: oolong appallottolato a bassa ossidazione.
Raccolto: solstizio d’inverno 2019.
Provenienza: Bagua Shan-Taiwan-500m.
Infusione: orientale con gaiwan; 90°C; 60ml; 4,5g; 40+10s; 8 infusioni.
Aromi principali: canapa, indivia, olio, daikon, crisantemi, olive, fave fresche, mughetti, peperoni verdi.
Sapore: essenzialmente dolce, con leggerissimi accenni umami ed un’amarezza quasi impercettibile.

Devo ammettere che a volte, in dispensa, tengo dei tè sui quali non ho grandi aspettative ma che, spesso, riescono piacevolmente a contraddirmi: sicuramente, questo Dong Pian è uno dei casi citati!
Prima di avventurarci tra gli aromi delle sue foglie, tuttavia, cerchiamo di capire cosa s’intenda esattamente per Dong Pian.
A Taiwan il tè matura nuovi germogli praticamente in ogni stagione, essendo il terroir particolarmente vicino all’equatore. Per tale motivo, esistono anche raccolti invernali che nulla hanno da invidiare a quelli primaverili. Nello specifico, le foglie raccolte nell’arco del solstizio d’inverno, che dura in media una decina di giorni, crescono lentamente ed in condizioni sfavorevoli. Proprio grazie allo stress cui la pianta viene sottoposta il prodotto, seppure quantitativamente ridotto, godrà di un’intensità aromatica maggiore ed apprezzabile.
“Dong Pian”, dunque, è un termine utilizzato per indicare i tè provenienti da questo particolare raccolto.
Non a caso, ci approcciamo a degustare la cultivar Siji Chun, anche detta “Four Seasons” (lett. “Quattro Stagioni”) per la sua rinomata capacità di rimanere produttiva nell’arco di tutti i mesi dell’anno…

Beviamoci su!

Come vi ho annunciato, questo tè mi ha stupefatto… in tutti i sensi! Quando l’ho degustato la prima volta ho subito riconosciuto un’intensità aromatica notevole ma, sul momento, non riuscivo a definire quel chiaro sentore che permeava ogni ambito sensoriale. Provando e riprovando, dopo diverse sessioni, finalmente avevo capito cosa stuzzicava la mia mente… canapa! Questo tè è impregnato della fragranza di canapa, un vero e proprio fil rouge olfattivo! Canapa nell’odore delle foglie secche, delle foglie esauste, del liquore e, non in ultimo anche nell’attimo dell’assaggio!

Procediamo per gradi, ed osserviamo le foglie secche, appallottolate in sfere di medie dimensioni, dalla colorazione tra il verde muschio ed il verde pavone, con qualche venatura nocciola conferita dagli steli rigonfi. Le tinte captate dalla vista indicano un’ossidazione assai contenuta, la quale si riconferma con i sentori vegetali che si subodorano, rammentando il daikon, l’olio di canapa, gli edamame e le pannocchie.

Dopo avere atteso un tempo sufficientemente lungo per consentire alle perle di dischiudersi, dalla gaiwan cola un liquore giallo cedro, zolfo ed infine Chartreuse, brillante e dai riflessi vivaci e scintillanti, aprendosi la strada con un effluvio più floreale, di crisantemi e denti di leone, ma senza perdere la nota distintiva di canapa nonché quella vegetale, che si traduce nel ricordo di fave.
Una densità sostenuta viene arrotondata da una struttura ben lubrificata ed oleosa, senz’astringenza, che ricalca i suoi rimandi tattili con aromi di canapa ed olive, entrambi sentori che andranno ad intensificarsi nelle successive infusioni, accompagnandosi con una lunga persistenza ed una totale assenza di amarezza.

A partire dalla quarta tazza, nondimeno, scivoliamo verso un evidente cambiamento sensoriale, seppure le fragranze rimangano affini al mondo vegetale. Fave fresche, piselli, edamame e melanzane prendono il sopravvento dominando il palato per poi accostarsi, successivamente, a qualche eco di mughetto e dente di leone, ammantandosi di quell’orpello floreale che spesso distingue i tè di Taiwan.
Si scade, soltanto nelle ultime lacrime delle foglie, in una persistenza che potrebbe vagamente tratteggiare i peperoni verdi, connotati da una velata amarezza.

Lo scenario delle foglie esauste, completamente aperte e dalle dimensioni notevoli, che si dilungano in germogli che giungono sino alla quarta attaccatura, profilano una cromatura lacustre, tra il verde canna e l’oliva. Ancora una volta, come un ultimo addio, l’aroma di canapa ci pervade, stuzzicandoci con note intriganti di cera e deliziandoci con petali di denti di leone e fiori di loto.

Ovviamente – siatene certi – il tè non sortirà alcun effetto allucinogeno così come, del resto, nemmeno la canapa, troppo a lungo demonizzata, messa in cattiva luce da una cattiva informazione. Essa, infatti, pure appartenendo allo stesso genere della cannabis, non contiene affatto in quantità elevate la sostanza chimica alla quale si deve lo “sballo”: al contrario, la canapa ha un sapore erbaceo molto intenso che, personalmente, a tratti mi ricorda anche il pesce. Oltre ad essere da secoli utilizzata anche per l’edilizia e la produzione di tessuti, essa si è ritagliata ad oggi anche un ruolo di tutto rispetto in ambito culinario, ragione per cui penso valga la pena sperimentarla, se non altro per ampliare il proprio lessico aromatico.
Potrebbe però, in effetti, invitare all’ebrezza quell’odorino che si leva dalla tazza ormai vuota, quell’aroma di peperoni verdi e friarielli, certo, ma con qualcosa che evoca il rhum o la tequila… me lo sarò immaginato?

Omar.  

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