Tamaryokucha “Tsuyu” (Sonogi): Il tè verde non (sempre) sa di erba!

 Identikit

Tipologia: tè verde tamaryokucha.
Produttore: Sonogi.
Raccolto: primavera 2020.
Provenienza: Sonogi-Nagasaki-Kyushu-Giappone.
Cultivar: Tsuyuhikari.
Infusione: 100ml; 2,5g; 70°C-60s, 80°C-10s, 80°C-45s.
Aromi principali: latte, miele, mandorle, pane ed accordi vegetali.
Sapore: Dolce, moderatamente umami ed impercettibilmente amaro.



Beviamoci su!

L’aromaticità di queste foglie ha molteplici sfaccettature ma gode di un equilibrio raro, nel quale ciascuna fragranza si armonizza con le altre senza stridere o prevaricare: “Tsuyu” è un tè amabile e ponderato, misurato, “educato” che, nonostante sia stato raccolto nel 2020 – oserei dire – ha perso poco o nulla delle sue qualità originarie grazie ad una meticolosa conservazione sottovuoto. Sorseggiandone il liquore, che accarezza brillanti sfumature di verde, dalle tinte della mela a quelle del pistacchio, fino ai più austeri riflessi dell’oliva, possiamo godere di una piacevole evoluzione. Alternando sentori lattiginosi e vegetali, di cavolo nero, nella prima infusione, ad un’aria di Sicilia data dall’idea di mandorle integrali e pasta di mandorle che permea la seconda tazza, la bevanda riunisce infine gli accordi vegetali e l’accennata amarezza in apertura con la dolcezza contrassegnata da lieve astringenza del seguito negli ultimi sorsi, dalla personalità melata, tratteggiata da note di latte ed edamame.

Mentre la tazza ormai vuota eccede in sentori estremamente zuccherini, non senza evocare qualche ricordo d’infanzia mediante la memoria della salsa mou, dei lecca-lecca e del lattemiele, la profumazione del liquore, connubio tra panko, latte di soia e crema di mandorle bianche, può aiutarci nell’analisi del secco di partenza dal profilo organolettico analogo, di latte e pastella, tempura ed asparagi, con discrete note umami, saline. Il medesimo bouquet, dopo l’infusione, si presenta molto più complesso ed articolato. Mentre l’infuso è ancora caldo si inala un piacevole contrasto tra l’erba tagliata ed i fumi di legno arso o caldarroste: con un repentino cambio di rotta, invece, grazie al raffreddamento emergono sentori mielati di caramello salato e, nota già percepita, crema di mandorle bianche.

In una degustazione – com’è noto – entrano in gioco tutti i nostri sensi e, in questo caso, anche alla vista si presenta un plateau ricco e variegato di forme e colori. Le tinte verde inglese con sfumature verde veronese del secco, sommate al luminoso verde foresta dell’infuso, completano un’ampia gamma di sfumature viridee arricchita dai riflessi del liquore, talvolta quasi limpido, talvolta fosco ed opaco ma sempre con qualche corpuscolo, partorito dalle foglie frammentate ma sufficientemente integre per apprezzarne l’iniziale forma ad uncino e la successiva pezzatura uniforme, omogenea alla schiusa.

“Tsuyu” è, in conclusione, un tè dal corpo in fin dei conti alquanto denso se lo si analizza nella consapevolezza che si tratta di un tamaryokucha, estremamente equilibrato, dolce e con sentori mandorlati nonché lattei. Se gli accordi melensi possono imputarsi alla cultivar Tsuyuhikari, lo stesso non possiamo affermare delle note lattee, caratteristiche invece dei raccolti da Kanaya Midori. La spiegazione – si tratta solo di una congettura – potrebbe probabilmente risiedere nella somma di un processo lavorativo quale quello del tamaryokucha, della personalità zuccherina della cultivar nonché dagli accordi nocciolati che, a seguito di diverse esperienze personali con tè provenienti dal Kyushu, posso affermare essere con grande probabilità appannaggio del terroir.
L’estrema armonia e la dolcezza di questo tamaryokucha permettono dunque di osare in un abbinamento perciò, dato che ricorre la festività di Halloween, perché non accostarvi un dolcetto per scongiurare qualsiasi scherzetto?

Assecondando l’aria giocosa ed eccentrica della giornata di Halloween, voglio dunque riproporre uno sposalizio tra questo tè e delle dragées di pistacchi di Bronte tostati (Giraudi), ricoperti di cioccolato fondente 66%. La camicia, a dire la verità un po’ spessa, viene comunque ingentilita dall’aggiunta di vaniglia e burro di cacao che, pure rimanendo quasi impercettibili, contribuiscono ad ammansire la carica aromatica propria del fondente consentendo al pistacchio di esprimersi pienamente, fino a dominare quasi la scena, sposandosi così perfettamente con un richiamo non solo metaforico, ma anche materiale ai territori siculi che defluivano nella tazza.
Una quarta infusione, meno intensa ma ancora aromatica, vegetale e poco astringente, potrebbe essere l’occasione per rompere gli schemi. Non masticate il bonbon, ma lasciate che qualche piccolo sorso di tè lo avvolga, sciogliendone la copertura e riacquistando vigore grazie al matrimonio con il pistacchio!

Omar

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