Spring 2020 Bai Ye varietal Dan Cong Black Tea: il dolce è servito!

Identikit

Tipologia: tè nero.
Raccolto: fine Marzo 2020.
Provenienza: Wu Dong-Guangdong-Cina.
Cultivar: Bai Ye.
Infusione: orientale con gaiwan; 90°C; 60ml; 3g; 10+5s; 6 infusioni.
Aromi principali: datteri, miele, pesche, caramello, spezie, legni aromatici.
Sapore: dolce, con una leggerissima amarezza terminale che si presenta dalla quarta infusione.

Beviamoci su!

Ho infuso per la prima volta questo tè la mattina, poco dopo essermi svegliato ed alzato da letto pertanto, è il caso di dirlo, si è trattato di un “dolce risveglio”, letteralmente!
Come ci hanno abituato nei corsi dei secoli i tè ossidati cinesi, essi presentano comunemente una spiccata dolcezza rispetto alle loro controparti provenienti da altri Paesi produttori, ma ciò che più mi ha stregato delle foglie in esame sono non solo i loro sentori zuccherini ma anche la corposità degna dell’Assam e la struttura appagante, avvolgente e mielosa, quasi “appiccicosa”!

Mentre ancora stropicciavo gli occhi e preparavo l’attrezzatura, accompagnava il gorgoglio del bollitore una fragranza potente e complessa, dalle note zuccherine e fruttate di confettura di pesche, datteri e bacche di goji, bene accompagnate da inclinazioni speziate, di coriandolo e pimento.
Uno sguardo al tè permetteva di distinguere foglie arrotolate per il senso della lunghezza e perlopiù intere, anche se apparentemente prive di gemme. Qualche venatura rame che scintillava in un groviglio di nervature nero carbone e testa di moro stimolava la curiosità, già sedotta dalla profumazione melliflua.

L’odore di datteri, più intenso a contatto con la gaiwan intiepidita, si è presto rinvasato nel fumo che svaporava dalla prima, vergine infusione, adorna di una dolcezza più affine alla pasticceria, memore della torta paradiso, della vaniglia o delle noci di macadamia, non senza un tocco speziato di pepe rosso e l’idea di zucca cotta la quale, d’altro canto, si rituffava nella simile colorazione aranciata del liquore, che in seguito avrebbe guadagnato maggiore intensità giungendo ad un arancione cachi. 
Stavo per accingermi ai primi sorsi quando un notevole contrasto aromatico proveniente dalle foglie esauste ha carpito la mia attenzione stregandomi come il miele le api. Dal carattere decisamente più fresco e fruttato, il cratere della gaiwan cullava aromi di more e succo “ACE”, con note inconsuete di olio d’oliva e cetrioli, accostate ad una lieve mineralità ed una generale idea di tostatura.

Imputando l’aromaticità contrastante ed eccentrica delle foglie esauste – così come le loro minute dimensioni che successivamente si sarebbero palesate nel loro mantello tra il verde palude ed il terra di Siena bruciata – alla particolare cultivar, celebre per la produzione di Anji Bai Cha, ho cominciato a dissipare la sete del sonno con la prima infusione.
La mineralità mediamente presente nonché prevedibile data l’altitudine di raccolta faceva da testimone ad una più presente sensazione di datteri e succo di pesca, la quale sfociava in lievi accordi di cacao amaro nella persistenza che già coronava una corposità elevata ed una struttura piena, rotonda.
Impressioni di zucchero di canna, miele millefiori e caramello nonché arancia candita sono andate via via sostituendo la frescura del succo di pesca fino a sfiorare, nelle ultime infusioni, le calde note delle noci Pecan, sostenute da un’intensità ancora gradevole.

Alla pasticceria, infine, rimandava l’essenza rimasta irretita dalla tazza vuota, la quale vibrava di mandorle caramellate, sugar cookie, pasta sfoglia e sottili note di patchouli. Tanto impresso mi è rimasto questo bouquet che, assaggiando per caso una mignon presso una pasticceria artigianale, non ho potuto che ricollegare il pasticcino alla memoria di questo tè e, profilandosi un matrimonio perfetto, resistere dall’acquistarne un po’ per potere unire i due amanti a casa, con calma.
Prima di concludere questa mia personale degustazione, desidero dunque offrirvi il dessert e, al contempo, offrire l’appoggio alla qualità ed all’artigianalità – che è una delle mie principali missioni – promuovendo nel mio piccolo la passione e la cura nel dettaglio che ho respirato, per un benevolo scherzo del destino, presso la pasticceria Martini Flavio.

Ho trovato poetico selezionare una mignon che durante il trasporto si era lievemente danneggiata la quale, mio parere, non risultava affatto brutta guadagnando anzi una bellezza in armonia con lo stile raku proprio grazie a quella imperfetta spaccatura sullo strato superficiale.
Con una base di frolla e sentori di caramello ripresi sia dal ripieno cremoso sia dalla cupola ariosa e soffice, il bonbon rispettava appieno i canoni della pasticceria moderna giocando sapientemente con le consistenze e condensando una dolcezza ben equilibrata quanto potente e soddisfacente la quale, d’altro canto, oscillava armoniosamente con le qualità, la vivacità del tè in grado di sostenerne l’intensità e la decisa personalità grazie al corpo sostenuto, alla struttura avvolgente, soave e rassicurante come lo è il dolce richiamo del caramello…

Omar.

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