Black Lotus Ha Giang: l’alternativa

Identikit

Tipologia: tè nero profumato.
Produttore: N.S.
Raccolto: 2021.
Provenienza: Ha Giang, Vietnam.
Cultivar: N.S.
Infusione: 60ml; 2,5g; 85°C; 40+5s; 5 infusioni.
Aromi principali: malto, miele di castagno, loto, luppolo, agrumi.
Sapore: Dolceamaro.

Beviamoci su!

Un tè nero al loto sicuramente ha attirato la mia attenzione soltanto per l’originalità ma, confesso, sono stato incuriosito anche dall’inevitabile associazione che i miei ricordi da vecchio nerd hanno fatto con il famigerato Black Lotus, la carta forse più popolare (e costosa) di Magic The Gathering, divenuta un mito tra gli appassionati per essere stata venduta alla cifra astronomica di 500.000 $!
Divagazioni a parte, mi era bene noto il famoso tè verde vietnamita profumato al loto che avevo avuto, tra le altre cose, l’occasione di apprezzare, ma per me la combinazione tra foglie completamente ossidate e la fragranza del loto stesso era una totale novità, ragione per la quale non potevo esimermi dal lanciarmi in una nuova avventura in cui, con questa breve recensione, spero di trascinare anche voi!

Black Lotus Ha Giang è, con il senno di poi, un tè piuttosto semplice e per nulla complesso, con un’evoluzione non troppo accentuata ma comunque presente e la presenza del loto che s’impone non tanto come melodia dominante quanto, al contrario, come accordo di fondo. Tuttavia, un tè non deve essere forzatamente ricco d’aromi, intenso e complesso per potere appagare i nostri sensi. Quello in questione ne è un perfetto esempio: foglie non altezzose, senza pretese e con un’aromaticità certosina ma, proprio per questo, delicato e godibile, un nobile sostituto – oserei dire – del ben più blasonato Earl Grey.

Le foglie arrotolate sommariamente, che si riveleranno dopo l’infusione non perfettamente integre, mettono da subito in chiaro l’umiltà con la quale il tè si propone, d’un nero liquirizia che sfoggia una curiosa alternanza le forme curvilinee e quelle spezzate conferite dalla buona quantità di steli mentre, ad impreziosire il tutto, brilla di tanto in tanto il giallo camoscio dei pistilli di loto, aggraziati e filiformi. Il bouquet, soltanto appoggiato sulle note floreali, spicca invece per gli accenni alla birra, con ricordi di malto e luppolo, addolciti da qualche goccia di miele di castagno.  
Una profumazione simile, come accennavo, la ritroveremo nell’infuso, reso più dolce dai richiami d’arancia candita nonché composto, come anticipato, da foglie un poco rovinate ma sufficientemente integre da consentire di riconoscerne la seghettatura marcata e la forma ellittica, una silhouette disegnata coi toni del seppia e del castano a quali, come punto luce, s’accostano le tinte sabbia dei pistilli.

Decisamente più zuccherino è invece l’odore del liquore. Da limpidi riflessi mogano ed aranciati si librano aromi di miele millefiori, scorza d’arancia e malto d’orzo in un insieme che, a sua volta, ci verrà riproposta al primo sorso in una variante segnata dalla presenza della birra e da una sfumatura di chinotto in persistenza. V’è una leggera amarezza che contrasta piacevolmente con la dolcezza d’attacco e compensata, al momento, dall’assenza di astringenza. La struttura piena, rotonda ma sufficientemente fluida si sposa con la densità ragguardevole, un poco più pronunciata nelle infusioni successive le quali, pure mantenendo un bouquet similare, assumono una personalità maggiormente frizzantina grazie all’idea di succo d’arancia e pepe bianco.

A fronte d’un calo d’intensità aromatica, quasi a volere sfidare lo sfinimento delle foglie, dalla quarta infusione il liquore assume una tonalità più intensa: è proprio tra le acque rosso ruggine che, come in un sogno, sboccia la profumazione del loto in accordo con reminiscenze zuccherine, un effluvio intrigante e surreale, dall’effetto “narcotizzante” e rilassante il quale, nondimeno, proprio come la fragilità del fiore che rappresenta, presto scema assecondando una persistenza ridotta, lasciandoci in bocca un’amarezza leggermente più pronunciata per ricomparire infine nella tazza vuota, accompagnato da miele ed un sottile accordo acido/balsamico, a mezza strada tra il sommacco e la resina di pino.

Tirando le somme, questa versione atipica del tè profumato al loto è un ottimo compagno di viaggio in questi giorni che, lenti, si trascinano verso il cadenzare dell’autunno pennellando le strade con i medesimi colori rossigni che riverberano nella tazza la quale, d’altro canto, non ha potuto che riportarmi allo sbiadito ricordo di Mantova, città non lontano da dove abito che, sul finire dell’estate, si imporpora per qualche giorno di una miriade d’infiorescenze rosate, un tesoro nascosto di cui non tutti sono a conoscenza, un patrimonio chiamato proprio “loto” con cui, nella speranza di farvi sognare, vi saluto allegando qualche foto ripescata dai mesi trascorsi…

Omar

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