2001 Family Reserve Aged Oolong Tea: la fenice

Identikit

Tipologia: tè oolong invecchiato.
Raccolto: 2001.
Provenienza: Nantou-Taiwan-400/1200m.
Cultivar: Qing Xing.
Infusione: orientale con gaiwan 90°C; 60ml; 4,1g; 5s di risciacquo e 45-40-50+10s; 9 infusioni.
Aromi principali: luppoli, uvetta, tamarindo, mele essiccate, angelica, carta, legno di vite, genziana, albicocche.
Sapore: inizialmente amaro, vieppiù dolce.

È possibile effettuare una degustazione in compagnia con una banale videochiamata? Certo, basta accordarsi sul rapporto acqua/foglie e coordinare i parametri d’infusione: il gioco è fatto!
Dopo diverse settimane, avendo finalmente trovato la giusta coincidenza di tempo libero e cogliendo l’occasione per confrontarci in un assaggio giustamente interrotto da qualche chiacchierata, io e Francesco, amico e collega tea sommelier, abbiamo deciso di scegliere delle foglie molto speciali da un ordine condiviso per rendere onore all’evento. Come si svolge una degustazione in compagnia? Quali sono le difficoltà o, al contrario, i vantaggi? Cosa s’impara? Proveremo a scoprirlo nell’arco delle congetture che abbiamo formulato tazza dopo tazza, opinioni che, per gentile concessione, mi ritrovo ora a romanzare in questo breve articolo.

Sia io che Francesco abbiamo preferito – forse per il desiderio di metterci alla prova – evitare di ricercare troppe informazioni sul tè in questione, per non essere fuorviati o condizionati in qualche modo. Ciononostante, ritengo che in questa sede sia necessario fare qualche precisazione sulle foglie che abbiamo infuso.
Si tratta di un tè oolong proveniente da Taiwan, frutto di raccolti del 2001. “Raccolti” non è un errore di battitura, ma la reale natura di questo tè! A Taiwan, di fatto, è usanza locale conservare le rimanenze dei vari raccolti per poi rimescolarle all’interno di giare che, dopo essere state sigillate, vengono poste a stagionare sottoterra. Pertanto, asserire che il prodotto in questione sia composto esclusivamente da cultivar Qing Xing sarebbe scorretto, poiché esso è a tutti gli effetti un blend di differenti raccolti e terroir: tuttalpiù, possiamo considerare le foglie come “composte prevalentemente da Qing Xing”.

Beviamoci su!

Data la premessa iniziale, vi sarete sicuramente aspettati di ritrovare una certa disomogeneità di forma e lavorazione nel tè ma, ricordando che noi non avevamo ricercato alcun tipo d’informazione a riguardo, immaginatevi lo straniamento che abbiamo provato nel ritrovarci di fronte alcune foglie appallottolate, altre arrotolate per il senso della lunghezza ed altre ancora quasi al naturale: in breve, una varietà considerevole, che si rispecchiava anche nelle dimensioni variabili e nella colorazione instabile, seppure predominata dal verde petrolio seguito dall’olivastro e dal caffelatte.
Ci siamo consolati, nondimeno, con l’aroma piacevole ed articolato, ricco, con accenni di anacardi, luppoli, uvetta, cuoio e mandorle bianche, incentivate dal contatto con la ceramica riscaldata.

Sincronizzando i cronometri, dopo la prima infusione ci siamo ritrovati davanti ad un bivio. Io mi sono subito inebriato dei vapori del liquore, mentre Francesco ha preferito analizzare l’aroma sprigionato dalla gaiwan svuotata. Questa piccola ma curiosa divergenza mette bene in evidenza quanto non vi sia un procedimento standard nella degustazione: al contrario, con l’esperienza ognuno sarà in grado di capire i propri punti di forza e le proprie debolezze, riadattando la metodologia di conseguenza. Entrambi, infatti, abbiamo dato priorità al parametro che più fatichiamo in genere a valutare, sfruttando la maggiore intensità iniziale dovuta al calore ancora attivo ed alla maggiore quantità di oli essenziali rilasciati. Ad esempio, se io avessi aspettato a valutare la fragranza emanata dal liquore, probabilmente avrei in seguito percepito molte meno sfumature o, addirittura, nulla.
In definitiva, al termine dell’esperienza abbiamo confrontato le nostre opinioni e, seppure con riferimenti differenti dovuti alle individuali esperienze di vita, devo ammettere che siamo stati piuttosto concordi nella delimitazione degli aromi. Mi permetto pertanto di proseguire nella descrizione analizzando il liquore, cuore della degustazione, per poi soffermarci sulle foglie esauste prima di congedarci.

La colorazione dell’infusione era abbastanza costante, con una particolare nuance arancione che, sulle prime, entrambi faticavamo a circoscrivere. Facendo appello al mio repertorio “chic/snob” sono riuscito ad identificare una tonalità molto usata nella moda, denominata “minio”, tuttavia quello che non sapevo era che il minio fosse in realtà un minerale! Per la verità, avevo da sempre imparato che quel colore si chiamava “minio”, senza mai pormi nemmeno il dubbio che potesse riferirsi a qualcosa di realmente esistente. Non appena ho citato il nome, però, Francesco, appassionato invece di minerali, mi ha subito domandato se mi riferissi alla famosa pietra: da lì ho capito a cosa si riferisse la nomenclatura.
Impariamo certamente molto degustando numerosi tè, ma apprendiamo ancora di più se lo facciamo in compagnia… bere il tè non è solo guardare, annusare o sorseggiare, ma anche e soprattutto l’occasione per riflettere su sé stessi o, come in questo caso, conoscersi, condividere un momento oppure un pensiero e crescere insieme, apprendendo l’uno dall’altro, magari mentre l’atmosfera si satura di karkadé, cartamo, zafferano, polline, riso in bianco e, ancora, mandorle bianche. A proposito… anche questo bouquet è frutto di una co-produzione che ha riunito in un solo mazzo fiorito il karkadé percepito dall’uno ed il cartamo dall’altro, un accrocchio aromatico che, nuovamente, incrocia diversi percorsi di vita.

Sarò sincero: alla prima tazza siamo rimasti entrambi piuttosto spiazzati (per non dire delusi)! L’amarezza era alquanto pesante con un’astringenza ai limiti del fastidioso, ricompensata solo dalla struttura lineare e scorrevole, affiancata però da una densità assai limitata che incorniciava aromi di legno di biancospino, angelica, denti di leone e carta.
La seconda tazza, d’altro canto, non ci ha fatto bene sperare, risollevando sensazioni sovrapponibili alla precedente mentre la terza, seppure affine, ha cominciato a dare qualche debole segno di cambiamento, distinguendosi per una sottile nota speziata di fieno greco ed un rimando legnoso che, grazie alle proprie conoscenze in ambito, Francesco ha identificato come legno di vite.
A piccoli passi, infusione dopo infusione, il liquore ha cominciato a variare, presentando ora un lieve calo dell’amarezza unitamente alla sottile presenza di curcuma ed albicocche – sempre più audaci – ora un sentore terroso ch’emergeva soppiantando la linea dominante della genziana.
Quasi le piccole variazioni iniziali fossero le braci prima di un incendio, a partire dalla sesta infusione le foglie hanno dispiegato tutto il loro potenziale, brillando e rinascendo proprio come le fenici fanno dalle loro ceneri, sprigionando la dolcezza e l’intensità degli anni di maturazione accumulati e condensandola in pochi ma sublimi sorsi. Albicocche, tamarindo e scorze d’arancia hanno preso di prepotenza il controllo della scena giungendo, infine, ad un indice di dolcezza talmente elevato da ricordare a tratti la confettura.

Così come presente al termine della degustazione, il tamarindo, subito tirato in ballo da Francesco, danza anche tra le nervature delle foglie esauste, muovendo i propri passi assieme a ricordi zuccherini e fruttati che si accostano alle mele disidratate. Componenti disomogenee ma totalmente aperte, un poco frastagliate e con la presenza di qualche stelo solitario, si riuniscono sotto l’insegna di una tonalità grigio fosco tendente all’olivastro nonché alla fragranza di pomodoro maturo e sedano cotto che si ricompone nel corso del loro raffreddamento.
Frattanto, tra un chiacchiera e l’altra, le nostre tazze ingioiellavano i nostri discorsi ripercorrendo le fragranze di mandorle bianche e cuoio, rammentando a tratti una calda fetta di torta di riso appena sfornata, ricreando un’atmosfera casalinga, di genuinità, convivialità, in grado di attraversare gli schermi e farci sentire nello stesso tempo nonché nel medesimo luogo grazie al trasporto che solo il tè, con le sue strade senza regole né confini, può indurre in chiunque abbia il coraggio di lasciarsene guidare…

Omar.

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